Le costruzioni poetiche di Davide Castiglione

Doveri di una costruzione, Davide Castiglione
(Industria e letteratura, 2022)

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Doveri di una costruzione, pubblicato per i tipi di Industria e letteratura nel 2022, è un libro di migrazione, di travolgimenti ed estraniamenti; di difficoltà mai del tutto vinte e di passioni impossibili da soddisfare.

Davide Castiglione, con la capacità tecnica di un architetto (torneremo più avanti su questa definizione) crea dei sottili legami tra l’evento della vita e la consapevolezza che si ha di questa, mentre la si vive. Con movimenti arguti, a volte buffi e a volte drammatici, Castiglione segna delle linee di un’esistenza contemporanea dell’uomo nomade e si domanda che sentiero stia seguendo, ma soprattutto che sentiero ha percorso finora.

La risolutezza intellettuale ed emotiva non fa certo parte di questa raccolta. Così come nel verso poetico, sembra che la realtà non sia mai presa nella sua totalità, ma osservata di traverso: persone che passano e che dicono qualcosa, strutture urbane che comunicano sussurrando, eventi e suoni che aggiungono ma non riempiono mai. Così è anche il modo di scrivere di Castiglione: tagliente, che non permette mai un “sollievo”, nel senso per cui non permette di essere totalmente immersi e di perdersi. Invece come un tecnico, assemblaggi e montaggi, così procede si nella costruzione; fredda, sicuramente, come lo stabile in copertina, ma solo perché distaccata, che si lascia a sua volta, in qualche caso, trasportare dall’elemento più importante a mio avviso di tutta la raccolta, ovvero la volontà di vivere, di osservare e quindi di costruire e costruirsi.

Nella struttura narrativa, Doveri di una costruzione ricorda L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov; o quella street photography illuminata da luci al neon. Il tutto contornato da una lieve ironia di passante disilluso, che raramente si immerge nella situazione del racconto.

C’è quindi il distacco dal corpo. L’urbanistica brutale sorge come nuova condizione, accettata con curiosità e poi con fervore di chi ne ha fatto la propria casa. In tutto questo digitale, i corpi anche quando si uniscono (si veda la poesia Affaire) hanno un principio generale: il loro peso. Il fatto che si allontanino dal desiderato e diventino il necessario, ma quasi non voluto, quasi sgradevole. Piuttosto conta lo sguardo del flâneur del ventunesimo secolo sulle cose. Lo sguardo del disilluso curioso, interessato alle storie degli altri, e ancora di più a trovarsi un posto nel mondo. Descrivere l’architettura, i luoghi abitati, per capirsi.

Nella complessa costruzione di Castiglione ciò che a volte stride forse è proprio quel distacco dalle situazioni, con picchi di profondità e attimi di superficialità tecnica (non la si veda, questa, come una critica). Forse è proprio la ragione delle cose a mancare ogni tanto, e lo stile poetico di Castiglione, per quanto ben congegnato e ritmato, in alcune occasioni risulta dispersivo, difficilmente raggiungibile. L’eccesso, nel funzionalismo architettonico, è la voce umana del poeta. Castiglione ci offre in più momenti l’eccesso del pensiero del narratore in un territorio sterile. Questo fa sì che sia abilissimo nel cogliere aspetti sempre più particolari; in altri momenti invece si rischia di perdercisi dentro, di allontanarsi dalla base da cui si parte per andare verso un’immaginazione inafferrabile.

Nel complesso, Doveri di una costruzione è un libro che libera dal peso di un certo tipo di poesia contemporanea nel panorama italiano, ovvero il peso di dovere essere risolutivo, lirico e necessariamente universale. Castiglione si pone con umiltà in un terreno incerto a cui lui stesso prova a dare un nome ma non riesce, non vuole. In questo modo la sua poesia, tutt’altro che semplice, fa breccia in molte situazioni del quotidiano, del terreno, non sentendo il bisogno di allontanarsi in visioni grandiose, ma dicendoci che questo è quello che abbiamo e questo allora si prende. Che l’adattamento, forse, in un mondo che sfugge, è la migliore qualità umana.

Puoi sbandare

Esci e nel farlo abbraccia quel che viene.
La barriera delle schiene ai tavoli.
La maglietta che hai, da quindicenne.
Il guanto dello sguardo che agganciava
le ragazze e le perde
nella schiuma di una birra sbagliata.
Abbraccia quel mestolo calato
nella caraffa del disegno
in chiaroscuro di lei; e te stesso,
che lì davanti diventavi una lacrima sola.

Vittorio Parpaglioni

L’immagine di copertina è tratta di pixabay: https://pixabay.com/it/photos/architettura-grattacielo-1750779/

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