Una frenetica ricerca di pace

Cronachetta infame dal giardino San Leonardo, Gian Primo Brugnoli
(Caracò, 2023)

La storia dell’editoria italiana è attraversata da una considerevole casistica di rifiuti: penso a quegli autori e quelle autrici che, col proprio manoscritto nel cassetto, nel tentativo ostinato di esordire hanno cozzato contro respingimenti o bocciature; gli editori magari s’intimorivano per l’audacia prematura di un certo stile o l’originalità scandalosa di alcune idee.  

Episodi che è tanto più affascinante e persino assurdo osservare a posteriori se, nel frattempo, la tenacia di questi scrittori è stata premiata, e loro son stati consacrati da quella stessa storia editoriale che in principio pareva bandirli nella penombra squallida dell’insuccesso. Per approfondire e scoprire di più di questi ‘scheletri nell’armadio’ dell’editoria italiana, rimando al contributo di Gian Carlo Ferretti: Siamo spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti (Mondadori, 2012).  
 
L’esordio letterario di Gian Primo Brugnoli ha qualche affinità con questa disgraziata via crucis delle parole apolidi, che per anni hanno abitato solamente i suoi appunti.  
L’autore, oggi ottantaquattrenne, ha provato con numerosi tentativi a sottoporre testi agli editori. E pur quando finalmente un suo scritto è riuscito a brillare di luce propria, grazie alla partecipazione al Premio Calvino e alla menzione speciale da parte della Treccani, perfino allora l’eccentricità del suo stile ha urtato contro diciannove rifiuti.
Cronachetta infame del Giardino San Leonardo è stato infine pubblicato da una piccola casa editrice indipendente di Bologna, Caracò. 

L’assetto formale dell’opera è dichiarato sin dal titolo: si tratta di un reportage di quanto accade a un gruppo di personaggi che abitano all’incrocio delle vie adiacenti al giardino San Leonardo. Incuneato nel cuore della zona universitaria di Bologna, il giardino – nella finzione letteraria del romanzo e nella realtà – è ricettacolo di una composita umanità. 
 
Ma il luogo non si limita a fare da piatta o invertebrata scenografia, anzi: pare essere proprio il giardino, come un viscoso collante, a tenere insieme le vite di uomini e donne di cui un narratore esterno racconta vicissitudini quotidiane, osservate con voyeuristico compiacimento e giammai con fare giudicante.  

In particolare si racconta della Papi, donna procace, attaccata ‘al soldo’, fattucchiera abilissima e scaltra seduttrice. In uno striminzito bilocale insieme a lei vivono sua figlia adolescente Marion e il suo compagno Beppo, insieme a cani, gatti, un furetto, canarini e una coppia di topi ballerini.  
 
Nell’immaginare gli attori di questa frenetica ‘commedia umana’ dei bassifondi Brugnoli ha profuso molte energie nella caratterizzazione dei singoli personaggi: perciò il lessico con cui dà vita sulla pagina alla Papi e alle sue comari non può che essere sensuale, licenzioso e sconcio, mentre i giudizi che in quartiere circolano su queste donne sono intinti del livore ficcanasante del pettegolezzo. 

Vesca era splendida, di quelle che, lei transeunte, dici guarda che berta, poppe siniscalche, culo antisismico, gambe limousine e sorriso la Madonna, che poi fa tutt’uno con ‘te la do se mi pare’. 


Nelle soluzioni stilistiche dell’autore riecheggia la vis comica della poesia maccheronica di Teofilo Folengo del ‘500, e la scandalosa lingua dei sonetti lussuriosi scritti due secoli più tardi da Pietro Aretino.  
 
Fin dall’incipit, infatti, chi legge s’incammina dentro una lingua irrorata di onomatopee, neologismi, espressioni antiquate, assurdamente affettate o latineggianti, al punto tale da sentirsi forse spiazzato da tutto quel verboso fare aulico. 
Attraverso questa precisa scelta formale, l’autore sembra operare una sistematica sconsacrazione: l’obiettivo è che da tutte le parole, anche quelle che suonerebbero più ricercate o intonacate, essudi il senso più carnale, concreto e profano.  

È di questa stessa natura viscerale, del resto, il violento desiderare dei suoi personaggi, motore di tutte le storie che nel romanzo s’intrecciano: da impulsivi soggetti desideranti, questi non fanno che arrabattarsi con ogni mezzo per conquistarsi un po’ di quella pace che il giardino simboleggia, e che con le loro piccole, difettose vite non sanno raggiungere. Tuttavia non smettono mai di provarci, mentre il giardino immobile e quieto li sta a guardare. 

[…] per loro la natura del Giardino era tutto, anche quello che ne veniva di un po’ sbagnazzato, sudicio e così via. La natura non pensa e non ha colpe. Diversamente dagli
umani che si sa… e qui cominciavano a dir la loro sulle ultime dal bollettino immaginario di via San Leonardo, steso proprio lì sotto, nel Giardino, come un amico che attende di rendersi utile.

Viviana Veneruso

(immagine in evidenza: https://www.flickr.com/photos/ma_be/6885533887)

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