“Silenzi” di Emily Dickinson: un concentrato di spigolose nostalgie

Silenzi – Emily Dickinson
(Feltrinelli)

9788807900853_quartaPer oggi è tutto quello che ho da portare –
Questo, e insieme il mio cuore –
Questo e il mio cuore e i campi –
e i prati – tutto intorno –
Contali uno per uno – dovessi dimenticarmene io
qualcuno dovrà ricordarne la somma –
Questo, il mio cuore e le api, una per una,
che abitano il trifoglio.

Si apre così la raccolta di una delle poetesse americane dell’Ottocento più apprezzate dal grande pubblico, con pochi e intensi versi dai quali si possono già intuire i temi e i toni delle liriche seguenti. Non manca il dialogo costante con un “tu” accorato e vicinissimo all’io narrante, per quanto a volte irraggiungibile per ragioni fisiche o emotive, e accanto a lui ecco apparire la natura, l’attaccamento a certi luoghi, la tenerezza nel rapporto con il mondo circostante e intanto una punta di sofferenza in sottofondo.

Prosegue poi con naturalezza da un quadretto all’altro, con uno stile sempre sincopato e caratterizzato dalla presenza di numerose incidentali. Nonostante le apparenze, però, i componimenti non sono idilliaci come si potrebbe supporre a un primo sguardo, mentre la lingua dell’autrice non risulta affatto tagliente, anzi, è morbida e scorrevole come poche.

emily-dickinson-biographySi coglie presto, dunque, un’atmosfera di contrasti, a determinare la quale non concorrono solo i fattori di cui sopra, ma anche e soprattutto un forte anelito alla serenità, squarciato in più occasioni dal dis-ordine del mondo. Ora è per via dei colori della notte, ora di alcune riflessioni; ora è la speranza a venire meno, ora l’agognato silenzio di pace è interrotto da una spiacevole sensazione di freddo.

Per descrivere gli stati d’animo più intimi e per rendere partecipi delle visioni più complesse, comunque, la scrittrice non si serve mai di intricati espedienti retorici. La piacevolezza della lettura risiede probabilmente in questo: anziché sentirsi accerchiati dalla lingua o irretiti da immagini artefatte, si viene portati per mano nella stessa dimensione in cui si trova chi scrive con schiettezza e autenticità. L’inquietudine è vera, le profondità sono tutte vertiginose e la commozione di determinati momenti di comunione con l’Altro è genuinamente irresistibile.

Peraltro l’edizione Feltrinelli, curata da Barbara Lanati e con testo a fronte, è particolarmente interessante proprio perché consente in ogni momento di consultare la versione originale della Dickinson, con il suo inglese ormai “invecchiato” di due secoli – e bene, come solo il vino sa fare. Così, dove l’italiano perde le rime e certi richiami fonici, ecco l’idioma lì di fianco a ricomporre la corretta visione d’insieme, in perenne equilibrio fra la giusta scelta lessicale e la sonorità più evocativa.

Un’opera vibrante e incisiva, quindi, che pur nei suoi picchi di tormento non contagia e non destabilizza, non appesantisce e non disturba. È capace, piuttosto, di generare una grande empatia, priva di esagerazioni e di sbavature, di adulazioni e di melodrammi. In compagnia di Emily Dickinson non esiste che la consapevolezza di non essere i soli a questo mondo a Sentire, e constatarlo non può che essere un sussultante sollievo.

(Eva Luna Mascolino)

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