“L’interpretazione dei sogni” di Massini è la grammatica onirica di Freud

L’interpretazione dei sogni, Stefano Massini
(Mondadori, 2017)

Quando ho iniziato a leggere questo romanzo di Stefano Massini, avevo nelle cuffie “Non mi rompete” dei Banco del Mutuo Soccorso.La casualità era così bella da non poterla non riferire come incipit di questa recensione. “Non mi svegliate, ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno”. Un riferimento chiarissimo, che forse il mio inconscio ha richiamato a sé da un’infanzia lontana.

A essere onesti, questo libro ha il pregio e il difetto di indurti ad un’estenuante analisi di te stesso, e forse questo mio insistere sulla canzone che ascoltavo all’inizio della lettura ne è un sintomo chiaro. Non posso, in ogni caso, fare a meno di domandarmi se Stefano Massini abbia mai pensato a questa meravigliosa canzone (capolavoro, a mio modesto parere) mentre scriveva del Dottor Freud.

Ciò che balza subito all’occhio durante la scoperta di questo romanzo non è tanto un dato interno alla storia o al tessuto della trama, quanto piuttosto la dedizione e lo studio dell’autore. Il titolo è il riferimento alla stessa Interpretazione dei sogni di Freud, e questo è banale da dire, ma credo anche che Massini – prima, durante e magari anche dopo la stesura del romanzo – abbia analizzato sin nel più intimo dettaglio la versione del Dottore.

Mi piace pensare che abbia ricreato la versione onirica della stessa opera, ragionatissima, di Sigmund Freud. Come se la sua opera dovesse rendere l’idea di un Freud umano, anche abbastanza egoista, che avesse deciso – quasi incoscientemente – di mettere su carta i sogni degli altri per riuscire, infine, ad interpretare sé stesso. Infatti, durante l’arco del romanzo viene anche raccontato di un episodio in cui Freud “forza” un suo paziente ad interpretare un suo stesso sogno.

Il romanzo in quanto tale si costruisce sulla base di una lunga serie di personaggi e storie separate, tutte quante aventi il comune denominatore del dottor Freud: o è lui a sognare, o è lui l’analista, o è a lui che comunque vengono raccontati i sogni.

Non è facile leggerlo, star dietro ad ogni nome e ad ogni sogno, anche perché per ogni sogno spesso esistono più versioni che si susseguono a mano a mano che l’analisi si approfondisce. Ho la sensazione che fosse un espediente necessario alla trasmissione di una sensazione quanto più onirica possibile; credo che Massini avesse la necessità di trasmettere il caos di interpretazioni che si affollavano nella testa di Freud quando seguiva i suoi pazienti. Non c’è un ordine cronologico, ma spesso alcune interpretazioni precedenti si rivelano propedeutiche cinquanta, sessanta pagine dopo, per scoperchiare i vasi di Pandora di altri sogni. Come se ci fossero delle soluzioni prestabilite per tutti i sogni, a prescindere dalle persone che li sognano.

Insomma: in questo caos Massini ricrea quella che sembra essere una grammatica del sogno. Certo, come viene anche esplicitato in certi punti del romanzo, il sogno è fatto per esser privo di senso. Ma è un senso che sfugge non per una mancanza di grammatica, ma perché il sogno, spesso, ci vuol nascondere qualcosa, come una sorta di protezione. Nonostante questo, attraverso il romanzo (e attraverso la grande opera di Freud, si capisce) si può imparare che il sogno ci parla attraverso un’altra lingua: ed è una lingua egoista, una lingua che – attraverso una lunga serie di simboli e metafore – ci parla solo ed esclusivamente di noi. “L’unico mondo di cui parliamo porta la nostra faccia[1]. Ecco, allora, qual è la grammatica dei sogni.

bancomutuosoccorso

La storia in sé e per sé risulterebbe addirittura noiosa se non ci fosse Freud a renderla interessante. Freud si comporta qui come un detective o un chirurgo, o magari entrambe le cose: un investigatore col compito di scandagliare ogni singola prova, tagliuzzandola fino all’atomo, nel tentativo di arrivare ad una soluzione. Ciò che sorprende, e mantiene viva l’attenzione, è il fatto che ci si renda presto conto che Freud stesso è vittima dei suoi sogni. Strano vedere come il mago dei sogni non sappia gestire i suoi trucchi: come un prestigiatore che, proprio alla fine del suo numero, si impiglia in uno dei fili trasparenti che reggono la scatola volante, e finisce per strozzarsi, creando un effetto tragicomico.

È chiaro che con il tempo la terapia diventi il mostro di sé stessa. La psicosi entra in Freud come una melma incandescente, fino ad appropriarsi di (quasi) tutto. Non che Sigmund Freud sia psicotico o isterico, ma è certo che – quando si è abituati ad assistere a continue manifestazioni psicotiche – si inizi a vederle anche dentro sé stessi. E questo meccanismo, purtroppo, è una profezia auto-avverante.

In conclusione, L’interpretazione dei sogni di Massini è sicuramente un’opera studiata, forse troppo. La capacità di analisi dell’opera di psicologia del Dottor Freud è sorprendente, ed è anche bello percepire l’uomo che si è nascosto per secoli dietro la figura del primo psicanalista della Storia. Ciò che lascia perplessi, forse, è il caos generato dalla grande mole di pazienti e sogni e interpretazioni, questa assenza effettiva di trama. Forse in uno spettacolo teatrale il tutto sarebbe risultato più omogeneo, ma questo non posso dirlo con certezza. Resta però il fatto che il romanzo vada letto anche solo per poter avere il privilegio di capire qualcosa di più sui nostri stessi sogni.

 

Clelia Attanasio

[1] Stefano Massini, L’interpretazione dei sogni, Mondadori 2017, p. 27

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