La Bomba Voyeur: tra ucronia e metodo mitico, Zucchi disegna il suo laboratorio letterario

La bomba voyeur – Alfredo Zucchi
(Rogas Edizioni, 2018)

Alfredo_Zucchi

Forse questa è la recensione più difficile che abbia scritto. Credo che i motivi siano principalmente due: il primo, più banale, è che quando ti piace una cosa hai difficoltà a parlarne in modo chiaro ed oggettivo. Il secondo motivo è che davanti a un libro del genere si subisce il dubbio di non essere all’altezza: ci si chiede se si è capito il testo fino in fondo, se si sono colti i passaggi importanti, le citazioni, i punti nodali. Insomma, non è assolutamente un compito semplice quello che mi sono data. 

La bomba voyeur, di Alfredo Zucchi, si apre negli anni ’90 alla fine della guerra fredda, nel periodo che qualcuno avrebbe definito “la fine della Storia”. Il contesto è una vera e propria ucronia: un luogo storico non effettivo ma verosimile: una societas segreta decide le sorti del Paese, con regole interne e giochi di potere. Parallelamente, un po’ più avanti nel tempo, un ragazzo – un puer – scappa in Francia. La storia nasce tra queste due linee temporali, due voci che sembrano parallele ma che finiranno per unirsi alla fine del tunnel.

Il fulcro iniziale sul quale tutto il romanzo si basa è il potere, come agisce e come si avvinghia ai vari contesti e personaggi.

Questo potere si aggrappa talmente tanto alla storia, che alla fine il concetto stesso valica la trama e prende un’autonomia: i fatti si fabbricano da soli, non c’è neanche bisogno di un tessuto di trama che li mantenga, potrebbero susseguirsi ad libitum e il romanzo reggerebbe ugualmente. Questo accade, e Zucchi fa in modo che accada con una maestria lampante, perché lo scopo del romanzo non è il semplice racconto cronologico di una serie di eventi conclusivi e auto-concludenti, ma l’esatto opposto: lo sfondamento della parete tra la storia e i fatti, tra una trama e la Storia in senso assoluto.

Caratteristica peculiare, che balza all’occhio sin da subito, è il non-utilizzo di nomi propri per i personaggi, preferendo invece dei nomi “parlanti”, che descrivano le caratteristiche delle persone che li possiedono. Non si tratta semplicemente una questione di segretezza, la necessità è proprio che i nomi siano – in qualche modo – quelle persone.

Dimostrazione lampante è la scelta di chiamare Nessuno il puer fuggitivo; un nome con un’eco mitica, che già solo per questo evoca molto, ma che – pensando al parallelismo nome=persone – assume un valore aggiunto: un protagonista “assoluto”, che è Nessuno perché la sua caratteristica è di non averne, o di averne in funzione dell’esperimento letterario di cui è parte. Nessuno è una voce, il suo nome parla per lui.

Il romanzo utilizza con naturalità una grande quantità di lingue (oltre l’italiano, c’è un forte impiego del francese e del latino) e dei registri linguistici, spaziando dalla satira, passando per l’esagerazione caricaturale (soprattutto tramite metafore sessuali), approdando infine al linguaggio filosofico. Nel mezzo di questi perenni balzi linguistici e cambiamenti stilistici, si concentra il nocciolo duro del romanzo: una continua fabbricazione di fatti, eventi, pensieri e parole.

I riferimenti culturali cui attinge Zucchi sono molteplici e non si limitano all’ambito letterario: è evidente un certo gusto cinematografico, tra le altre cose. Leggendo questo libro io, per esempio, ho raccolto talmente tante citazioni e ispirazioni da film e libri, da aver stilato una lista che finirò di spuntare forse tra un anno, o anche di più. C’è tutto: Pasolini, Sorrentino, Sciascia, la mitologia, e praticamente tutta la letteratura sudamericana che può venire in mente (Laiseca, Arlt e Bolaño über alles).

L’opera è un grande laboratorio letterario e riesce ad esserlo lungo tutto il tragitto, e – se si considera che un’impresa del genere è difficile da reggere in un racconto – si comprende quanto sia cosa titanica da fare per un romanzo. È un laboratorio dove i protagonisti sono non solo le pedine del loro stesso gioco di potere, ma mettono in scena la lotta del pensiero in sé. La trama è un espediente – temporale, politico e sociale – entro il quale la filosofia del romanzo può prendere bocca e parlare ed essere ascoltata (nel senso più heideggeriano possibile).

Dire con sintesi quanto mi sia piaciuto questo romanzo è complicato, quasi quanto lo è stato scrivere questa recensione: il racconto è intricato e concentrato, richiede impegno, ma un impegno che un grande lettore, o uno scrittore, può assumersi e forse deve assumersi.

Considerando, quindi, che non mi è facile sintetizzare quanto abbia apprezzato l’opera, così come in questo romanzo una conclusione non esiste, mi limiterò a dire quest’ultima cosa: riuscire a creare una storia che non si concluda, che non racchiuda tutto il suo senso in una “fine” è impresa ardua, ma c’è sempre bisogno che qualcuno la compia.

 

Clelia Attanasio

2 risposte a "La Bomba Voyeur: tra ucronia e metodo mitico, Zucchi disegna il suo laboratorio letterario"

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