“La treccia” di Laetitia Colombani: un début prodige

La treccia, Laetitia Colombani
(Editrice Nord, 2018 – Trad. C. Turla)

 

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“La treccia” è un libro che non ho scelto. Mi è stato regalato da un’amica; la prima cosa che ho pensato, curiosamente, quando l’ho scartato, è che probabilmente io non l’avrei comprato. Con questo non voglio dire che la mia amica non mi conosca; aveva dei motivi per sceglierlo. Intendo dire invece che la copertina dai toni pastello, abbinata al deciso contrasto di rosso e nero di titolo e sottotitolo (“tre donne – tre continenti – tre destini intrecciati”) e alla fascetta che decantava l’esordio da record dell’autrice, non mi ispirava particolarmente la lettura. Ho dovuto parzialmente ricredermi.

Il romanzo di Laetitia Colombani, come anticipato dal sottotitolo, segue tre storie diverse, che si alternano nel guidarci dall’inizio alla fine, trovando man mano coerenza reciproca. Le tematiche affrontate sono forti e si definiscono di capitolo in capitolo, dandosi luce l’un l’altra, facendo emergere contrasti e somiglianze anche laddove non ce li si aspetterebbe. Cosa possono avere in comune un’avvocata di successo di Montréal, la figlia di un piccolo imprenditore palermitano, e una donna indiana dalit (ossia un’intoccabile, un’appartenente alla più bassa delle caste)?
Apparentemente proprio niente, a parte l’essere donne.

Donne in difficoltà. Difficoltà di diverso tipo, naturalmente.  Sarah, la canadese, una carriera brillante all’apice del successo, due divorzi alle spalle e tre figli, un giorno all’improvviso ha un malore durante un’udienza e viene costretta a interrompere la sua corsa continua. Giulia, l’italiana, si ritrova a dover farsi carico del laboratorio tradizionale di famiglia in vece di suo padre e a fare i conti, a soli vent’anni, con tutte le responsabilità che ne derivano. Smita, l’indiana, desidera disperatamente impedire che a sua figlia tocchi il suo stesso dharma, desidera per la piccola una vita migliore di quella che le è stata imposta quand’aveva pressapoco la sua stessa età.

L’autrice – francese – parla di orizzonti molto lontani dai suoi, ma lo fa con una certa credibilità. Descrive rituali purificatori praticati nell’Induismo e tradizioni come quella della “cascatura”. Risulta attenta nel tratteggiare le sfaccettature di una umanità femminile e nel destreggiarsi fra il mondo all’avanguardia del Canada – nelle sue sottili crudeltà e nei sacrifici al dio del denaro e della produttività a tutti i costi – e i pettegolezzi, le processioni, il mare a due passi e la calura di Palermo, senza dimenticare il panorama dell’India, ritratto mentre sfila sotto gli occhi di una delle protagoniste seduta in un pullman troppo pieno:

“[…] abitazioni di fortuna, campi, un’area di servizio, una scuola, carcasse di camion, sedie sotto un albero secolare, un mercatino improvvisato, venditori seduti per tera, un uomo che noleggia motorini nuovissimi, un lago, capannoni, un tempio in rovina, cartelloni pubblicitari, donne in sari con ceste sulla testa, un trattore -, e le sembra che l’India intera sia qui, sul bordo di questa strada, nel caos indecifrabile in cui si mescolano indistintamente antico e moderno, puro e impuro, sacro e profano.”

Tuttavia, spesso nella lettura mi sono ritrovata a pensare che forse, specialmente in alcuni passaggi, la resa sarebbe stata migliore se lo stile fosse stato un po’ meno asettico. Direi quasi registico. Colombani scrive in modo molto schietto, immediato, privo di fronzoli, il che in sé non è un male, ma talvolta mi è parso eccessivo. Può darsi che si tratti di un residuo della sua formazione nella cinematografia. Certo, anche una scrittura così lucida non manca di momenti memorabili; ma la vera differenza la fanno i personaggi.

Non ho trovato convincenti, invece, gli intermezzi (quasi) poetici che si trovano a volte tra i capitoli, che vorrebbero forse essere un “intervento-guida” della voce narrante ma restano indecisi negli scopi e nel tentativo di ergersi sulla prosa. Quanto ai “nodi” intessuti tra le vite delle protagoniste, talvolta possono peccare di ingenuità – ma la resa complessiva risulta comunque gradevole.

“Non basta essere intoccabile, dev’essere anche invisibile. La sua paga consiste nei miseri avanzi di cibo e in qualche indumento usato che la gente le dà senza neppure sfiorarla, senza neppure guardarla, buttandoli direttamente a terra.
A volte, invece, non riceve nulla. C’è una famiglia di jat che non le dà niente da mesi. Smita aveva deciso di non andarci più. Una sera l’ha detto a Nagarajan: non ci tornerà più, che se la puliscano da soli la loro merda. Ma Nagarajan si è spaventato; lui e Smita non possiedono niente, neanche un pezzo di terra. Se lei smette di andarci, i jat li cacceranno via, daranno fuoco alla loro baracca. Lei sa di cosa sono capaci. Ti taglieranno tutt’e due le gambe, avevano detto una volta a uno di loro. Era stato trovato in un campo lì vicino, fatto a pezzi e bruciato con l’acido.
Sì, Smita sa di cosa sono capaci i jat.
Quindi, il giorno dopo, è tornata in quella casa.
Ma oggi non è un giorno come gli altri. Smita ha preso una decisione, che fin da subito le è apparsa irrevocabile: sua figlia andrà a scuola.”

Alessia Angelini

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Albert Anker – Madchen die Haare flechtend (1887)

 

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