“Le donne di Lazar'”, una saga familiare russa lunga un secolo

Le donne di Lazar’, Marina Stepnova
(Voland, 2018 – trad. C. Piazzetta)

Le donne di Lazar’ è il terzo romanzo di Marina Stepnova, con il quale la scrittrice si è aggiudicata nel 2012 il terzo posto al premio Bol’šaja kniga, il più autorevole dell’intera Federazione Russa, oltre a una menzione nella finale dei premi Russkij Booker, Nacional’nyj bestseller e Jasnaja Poljana. Si tratta, insomma, di una penna già di successo in patria, che con poche opere ha già raggiunto il traguardo della traduzione in ben 24 lingue, fra cui ora c’è anche l’italiano.

La sua scrittura sembra non avere fretta, si posa sugli oggetti e sulle azioni dei personaggi con la mitezza di chi sa di potere trovare le parole giuste per renderli visibili anche a chi legge. È così che, a tratti, sembra una parente di coloro dei quali riferisce pensieri e stati d’animo, mentre a tratti si trasforma in una voce narrante autorevole e cronachistica, attenta ai dettagli storici e alle condizioni di vita della Russia del XX secolo, arrivando a dialogare in altri momenti con i lettori come se stesse parlando con loro a voce alta, con dolcezza e accoramento.

La storia in cui trascina, peraltro, ha un fascino tutto sovietico. Parte dal 1900, anno in cui in un paesino ebreo nasce il Lazar’ Iosifovič Lindt del titolo, e arriva fino al post-URSS dal 1991 in poi, abbracciando con la stessa continua maestria fasi fra loro diversissime attraversate dalla Grande Madre Russia: dall’impero zarista al regime staliniano, dal governo Chruščëv alla perestrojka. A legare le svariate “micro-epoche” del XX secolo sono, nella cornice narrativa, proprio le “donne” di Lazar’, quelle che lo hanno conosciuto o che hanno fatto parte della sua famiglia, quelle che lo hanno amato o che sono figlie del suo amore.

Così, da un lato c’è la moglie dell’uomo che nel contesto universitario lo aiuta ad emergere: Lazar’ si innamora di lei perdutamente, pur consapevole di non potere condividere niente di sé stesso con lei. Dall’altro lato c’è la moglie del protagonista, che lo sposa per obbligo e non per scelta. Attraverso di loro si sviluppa una trama imprevedibile, in cui la componente femminile ha, in effetti, estrema centralità all’interno della storia. I decenni si susseguono, così come gli stili di vita e i dialoghi intimi di chi popola Mosca, le scene quotidiane e il potere politico si fondono e consentono grandi passi in avanti nell’ambito della scienza e dell’esistenza, tanto per Lazar’ quanto per chi lo accompagna nel suo cammino personale.

In qualche modo, però, è come se li si conoscesse sempre “di sbieco”, da un cantuccio preferenziale in cui la luce filtra in maniera insolita: illumina ciò che di commovente li circonda, nel bene e nel male, e consente di conoscerli non solo attraverso le frasi che pronunciano, ma anche e soprattutto grazie alle speranze più recondite, alla mentalità di un popolo che per un attimo sembra svelare le proprie contraddizioni e scioglierle lentamente, anno dopo anno. Marina Stepnova prende per mano i destinatari del suo romanzo senza permettere che si smarriscano mai, né lascia a un destino irrequieto e imperscrutabile i suoi personaggi.

Non lo fa con Lazar’ neppure quando perde il lume della ragione, e non lo fa con Lidočka, la sua nipotina orfana di madre e abbandonata dal padre, attraverso la quale ci si inizia ad addentrare nell’universo familiare dell’uomo e alla quale si ritorna nella conclusione della “saga”, quando ormai l’URSS è un fantasma evanescente e la danza classica si infila nella vita della ragazzina come la promessa di un faticoso riscatto. Insieme a loro si mangia e si ride, ci si addormenta stremati e si impara lo strazio dell’amore, dimenticandosi quasi che si sta leggendo una traduzione e non l’opera in originale, a tal punto Corrado Piazzetta riesce a mettere in contatto diretto chi parla e chi ascolta.

Grazie alla scommessa di un editore di qualità quale è Voland su un’edizione curata e dal tono avvolgente, che restituisce in toto il pregio artistico e la grandezza empatica della sua autrice, la Russia “contemporanea” torna dunque ad essere dignificata negli scaffali delle librerie italiane.

Eva Luna Mascolino

Di seguito un estratto del libro, significativo tanto dal punto di vista dello stile quanto dell’ambientazione e dei moti interiori dei personaggi:

«L’indomani, verso la fine della giornata lavorativa, Galočka, che riponeva in fretta sullo scaffale le sue apparecchiature chimiche (di sicuro Nikolen’ka aspettava già fuori dell’atrio, nascondendo nelle tasche del suo cappottino da orfano le manone rossastre, si dimentica sempre le muffole, non fa niente, rimedieremo, e gli prenderemo subito un cappotto nuovo, e le manopole!), venne avvicinata a passi impercettibili da un ometto tarchiati con i fianchi grassocci del contadino trasferito in città e lo sguardo tenace, intelligente e rabbioso del cane bastardo, con gli stivali di similpelle. E non l’aveva scordato.
– Galina Petrovna Batalova? – si accertò a bassa voce l’ometto, afferrandola per il gomito avvolto nel camice inamidato. Galočka annuì, sentendo una strana e improvvisa debolezza alle gambe e la fronte che, sotto i boccoli caldi, si imperlava di un sudore consistente, come rugiada, e ugualmente luccicante. – La prego di seguirmi.
E la vita di Galočka Batalova si concluse.»
(pp. 222-223)

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