“Orrore”: horror per errore

Orrore, Pietro Grossi
(Feltrinelli, 2018)

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Non so neppure io perché ho deciso di leggere questo libro. Mi ha attirato con la sua copertina sgargiante dallo scaffale delle novità in biblioteca e mi sono detto: un horror italiano? Non è proprio un genere tipico della nostra letteratura, l’horror. E così, incuriosito, ho iniziato a leggere il romanzo. Non avrei dovuto: in fondo c’erano tante soluzioni più appaganti per sprecare il mio tempo.

Insomma, era chiaro sin dall’inizio che non ci avrei trovato nulla di originale. Abbiamo una casa nel bosco, una casa misteriosa che serba dei segreti. Vale a dire il più inflazionato dei topos del genere horror da quando Shirley Jackson, più di mezzo secolo fa, scrisse L’incubo di Hill House. Il protagonista torna in Italia per le vacanze natalizie con la moglie e il figlio di pochi mesi. Una sera di queste, gli amici Diego e Lidia mostrano loro alcune foto scattate in una casa abbandonata, in cui risulta evidente che accadono alcune cose.

Il protagonista ne resterà così tanto turbato e affascinato che non tornerà in America con la famiglia, per restare a indagare sulla verità della casa nel bosco. Avrà così inizio la sua indagine, il cui resoconto il protagonista narra al figlio, perché sia chiaro a lui come le cose siano andate davvero. L’investigazione, in verità, non suscita al lettore il tremore e la malia che dovrebbe, anzi, le pagina si susseguono in maniera abbastanza sterile, con lunghe e inutili descrizioni di riempitivo sulla strada che viene percorsa, sul bar in cui mangia un panino, et similia. In tutto questo, inoltre, il protagonista rimane all’esterno della casa: non la frequenta, non la affronta, ci è entrato solo una volta di sfuggita. E anche quando l’osserva, in essa non accade nulla. Il motore che fa proseguire nella lettura è soltanto l’attesa dell’acme, del punto di rottura che scatenerà l’orrore promesso.

La maggior parte del romanzo è composta da momenti di questo tipo. Tutto ciò non permette di familiarizzare con il protagonista, che finisce per risultare anche piuttosto snervante. Il centro di tutto dovrebbe essere la sua evoluzione psicologica, che invece appare piuttosto sbrigativa e non giustificata rispetto a quanto accade. Il modello idealtipico sarà sicuramente Jack Torrance di Shining, persona comune e normale che impazzisce fino alle tragiche conseguenze che sappiamo. Ma se nella lezione di King l’evoluzione è evidente, perfetta e scandita nel tempo e nelle azioni – e quindi sconvolgente – qui il tutto è lasciato abbastanza al caso e all’approssimazione.

E allora, costantemente ci si chiede: dov’è l’orrore? Fino a quando, a un certo punto, in maniera del tutto gratuita e non giustificata, Pietro Grossi decide di descrivere con una volgarità non necessaria tanto quanto dettagliata un rapporto sessuale urofilico (meglio noto forse come pissing). Se lo consideriamo alla luce del fatto che il protagonista sta raccontando ciò che leggiamo a suo figlio – probabilmente in età prepuberale – ancor di più si resta perplessi sulla coerenza di una scelta che pare motivata solo dal bisogno di rendere vivace una narrazione che non lo è.

E se in un qualsiasi altro contesto la medesima descrizione e gli stessi toni utilizzati sarebbero stati coerenti e corretti, in questo caso, invece, sono convinto che sia stata una caduta di stile piuttosto evitabile, e lo si dice non in nome di una certa pudicizia bigotta, quanto per una sacrosanta richiesta di inserire in un romanzo soltanto scene pertinenti, necessarie e armoniche rispetto alla trama, allo stile e alla voce fino ad allora utilizzati.

Anche nel finale, la casa, di per sé, resta un assente ingiustificato. E certamente anche l’orrore. Dubito si possa parlare di un romanzo horror: non c’è tensione, non c’è inquietudine, non c’è nulla, e le attese che il titolo, la copertina e la sinossi promettono sono disattese. La trama è piatta e lo stile non è in grado di compensarla:  risulta scontato, poco ricercato. Ci si chiede, infine, quali siano l’utilità e il senso di questo romanzo, e soprattutto se, qualora fosse stato scritto da un autore non così quotato quanto Pietro Grossi, sarebbe stato comunque ritenuto idoneo alla pubblicazione.
Scusate la severità.

Giuseppe Rizzi

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