La dicotomia nevrotica ne “Il giorno della nutria”

Il giorno della nutria, Andrea Zandomeneghi
(Tunué, 2019)

Ogni libro è un tentativo di comprendere cosa voglia dire scrivere, e perché si scrive. Sotto la superficie di una trama, ogni autore ci sta parlando della sua personale mistica della letteratura, del modo cioè in cui egli vive l’esperienza del mondo attraverso la scrittura.

Il romanzo si presenta come un processo investigativo: Davide, nevrotico sofferente di una cefalea cronica, vive in casa con la madre malata di Parkinson, il nipote, la domestica Dorota e il figlio di lei. Un giorno, a seguito di una notte alcolica trascorsa a giocare a poker, Davide scopre il cadavere scorticato di una nutria e si convince che questo sia il simbolo di una sua colpa, che qualcuno abbia cercato di punirlo per qualcosa. Comincia così un’escalation di dubbi su ogni persona vicina a Davide, ricadendo continuamente in una lunga serie di paranoie e nevrosi.

La trama dà la possibilità di approfondire dei topoi, è l’espediente narrativo per una serie di ceppi concettuali che sono alla base del testo: anzitutto, vi è una continua dicotomia tra il mondo vissuto e il mondo pensato. Davide è egli stesso una dicotomia tra quella che Heidegger chiamerebbe “vita autentica” e “vita inautentica”.

Non è raro trovare nel testo, infatti, una lotta tra la vita vissuta e la lettera scritta, tra una superficialità sana (che si trasforma in misticismo e genera, paradossalmente, la nevrosi) e una superficialità insana (che è poi quotidiana, semplice, banale). Il testo è attraversato da questa grande paradossalità, vero topos letterario del romanzo, e così il protagonista ne è il simbolo incarnato: crede di conoscersi profondamente, di avere il controllo, ma la verità è che non si conosce affatto.

Questa sua ostentata conoscenza del sé si evince dal suo bisogno di sottolineare la propria conoscenza enciclopedica sui farmaci che assume e che non gli vengono prescritti come vorrebbe; questa tendenza all’enciclopedismo, alle lunghe liste e all’ostentazione intellettuale è senz’altro un altro dei ceppi concettuali che hanno forgiato il romanzo, e che contribuisce a creare la forma di un personaggio, quello di Davide, nevrotico di sé stesso, insoddisfatto di tutto, specialmente della sua stessa carnalità (motivo per il quale la nutria è scorticata) e bisogno di un altrove che non riesce a identificare.

A mettere in luce queste debolezze è la voce della verità, del dis-velamento malevolo – altro ceppo che credo sia essenziale ai fini della comprensione del testo è che in questo romanzo ogni verità è cattiva, arcigna e matrigna – di Dorota, domestica estremamente lucida e acculturata, ma capace di trovare pace anche nella vita inautentica, cosa che il protagonista non accetta minimamente.

Lo scopo di Davide, il protagonista, è quello di poter partecipare del mondo in modo distaccato, quasi mistico, conoscendolo senza dovervi partecipare – e infatti è un voyeur dell’esistenza, come lo sono le sue fallimentari fantasie sessuali – e vorrebbe poter eliminare la sopravvivenza fisica, la superficialità insana e naturale tipica dell’Uomo, quella fastidiosa e biologica vita inautentica. Gli sentiamo infatti dire: «A volte penso di esser diventato umano, di essermi incarnato, solo a vent’anni, dopo mesi di sbornie»[1].

Questo è il motivo per il quale aleggia un profondo senso religioso – mistico, a voler essere precisi e fedeli al testo – lungo tutta la narrazione: non che il protagonista sia religioso nel senso classico del termine, ma il suo desiderio di disincarnarsi, di risoluzione definitiva dalla contraddizione umana, è la forma più alta di misticismo: è una vera e propria deificatio, il desiderio di essere come Dio, non essere bloccati in un banalissimo “Io” personalistico.

Quello di Davide, però, è un misticismo capovolto, non inteso come avrebbe potuto un monaco benedettino del dodicesimo secolo: a Davide non importa la spiritualità in sé e per sé, al contrario la sua nevrosi si genera dall’incapacità di coniugare il bisogno dell’altrove con l’interiorità fisica che lo ingabbia. L’unica soluzione, tragica e coraggiosa – che in fondo Davide non può scegliere, ma qualcun altro sì – sarebbe quella di annullare definitivamente la propria fisicità, “deificarsi” in modo così totale da sprofondare, infine, in ciò che Eckhart avrebbe detto: Nihil per excellentiam.

Concludendo, è giusto parlare del topos imperante del romanzo, che è senz’altro la malattia. In questa storia, la malattia non nasce da una semplice nevrosi, una cefalea o per vecchiaia e demenza. La verità, che Dorota ha capito meglio di chiunque, è che essa nasce dall’incapacità di accettare la vita inattuale, la dicotomia, l’impossibilità di essere sempre spettatori perfetti del cosmo, l’incapacità di accettare la necessità biologica di essere umani e, quindi, gettati nel mondo in modo banale come chiunque altro. Perciò Davide, e la famiglia, si ammalano, divenendo – paradossalmente, è di nuovo il caso di dirlo – più umani di tutti gli altri.

Clelia Attanasio


[1] A. Zandomeneghi, Il giorno della nutria, p. 55.

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