L’incubo dei giorni che scompaiono

I giorni che scompaiono, Timothé Le Boucher
(Bao Publishing, 2019 – trad. Michele Foschini)

i-giorni-che-scompaiono-mockup-sito.jpgLubin è un giovane acrobata che lavora per una compagnia teatrale modesta. La sera di domenica 1 settembre, durante uno spettacolo, si rompe improvvisamente un sostegno di ferro e il ragazzo cade a terra battendo la testa. Niente di grave, dice lui, e a prima vista lo sembra davvero, se non fosse che al suo risveglio, Lubin si accorge che il calendario non segna lunedì 2 settembre, bensì martedì 3 settembre. In poche parole, è scomparso un giorno dalla sua vita.

Inizialmente Lubin crede di aver avuto un’amnesia, e solo dopo si rende conto che forse la situazione è peggiore di quanto pensasse, perché il problema si ripresenta ancora e ancora, con un ritmo inquietante e regolare: Lubin vive coscientemente solamente un giorno su due – vale a dire quelli dispari – senza ricordarsi nulla di ciò che succede durante gli altri. Nemmeno i suoi amici o la sua fidanzata riescono a rintracciarlo nei giorni pari. Il pensiero che possa trattarsi di perdite di memoria (o di un sonno estremamente lungo) risulta fragile di fronte a questa periodicità; inoltre, grazie al filmato di una telecamera sistemata in casa, Lubin si accorge che comunque qualcuno “abita” il suo corpo durante i giorni perduti, un altro sé.

Desideroso di venire a capo di questa faccenda assurda, Lubin instaura un dialogo con l’Altro*, prima attraverso brevi comunicazioni scritte su fogli di carta e dopo registrando video-messaggi al computer. L’Altro è una persona completamente diversa e ha un carattere diametralmente opposto rispetto a quello dell’acrobata: è più sicuro di sé, pragmatico, ordinato, risoluto e, ad esempio, ottiene in breve tempo un lavoro redditizio come web designer mentre Lubin stenta a sfondare nel mondo dello spettacolo. Passano i giorni e le differenze tra le due personalità si fanno sempre più marcate: entrambi iniziano a ritenere l’altro un parassita, uno sfruttatore del “proprio” corpo. A nulla servono le sedute dalla psicologa: la situazione pare non migliorare, anzi, peggiora soltanto, dal momento che i giorni di inattività di Lubin aumentano sempre di più (e a un ritmo vertiginoso).

La sceneggiatura di Le Boucher è estremamente valida e riesce a colpire nel segno partendo da un soggetto di forte impatto, complesso da sviluppare. Ciò che l’autore ottiene è un’opera di quasi duecento pagine dalla scrittura ottima, che mostra una parte iniziale calma (ma non per questo non entusiasmante) e carica di mistero, per poi accelerare con un ritmo serrato fino a giungere a un climax finale emozionante: in particolare, i momenti in cui i due Lubin comunicano tra di loro, arrivando lentamente a odiarsi sempre di più, sono veramente apprezzabili e imprimono una struttura armonica alle prime pagine del volume.

Dunque, la narrazione è efficace e magnetica, e per tutta la lunghezza del fumetto rimaniamo incollati alle pagine, desiderosi di scoprire cosa succederà, ma anche terrorizzati dalla consapevolezza che Lubin sarà costretto a un lungo oblio non appena chiuderà gli occhi. Un atto così semplice e naturale come l’addormentarsi assume così un tono estremamente inquietante. Tutto ciò risulta in un’atmosfera angosciante, che filtra attraverso qualsiasi scena mostrata, e specialmente durante quelle più spensierate: come un suono debole e dalle basse frequenze presente continuamente in sottofondo, la minaccia dell’Altro è sempre presente, a ricordare come la vita stia piano piano scivolando dalle mani del ragazzo in maniera inevitabile.

Chiaramente, il tempo non è l’unica cosa che viene tolta a Lubin: con esso se ne vanno le amicizie, gli amori e anche la consapevolezza di se stesso. La storia è raccontata focalizzandosi interamente sui giorni vissuti dall’acrobata e non vediamo mai l’Altro, se non nei video-messaggi che lascia. Poco fa si faceva riferimento al mistero presente nella prima parte del fumetto, ma è opportuno comunque sottolineare che i dubbi non vengono dissipati nel prosieguo, anzi, si accrescono e si affilano sempre di più, dal momento che non si riesce più a capire quale sia il “vero” Lubin. Certamente siamo portati a sostenere il Lubin-acrobata nella sua lotta contro l'”usurpatore”, ma alla fine nessuno sa se quello che abbiamo conosciuto all’inizio sia il Lubin originale, oppure se sia quello che effettivamente è presente per la maggior parte del tempo (e lo sceneggiatore è scaltro nel sussurrare dubbi agli orecchi del lettore). L’identità del protagonista va in crisi, l’incertezza lo attanaglia (e in alcuni frangenti sembra di sentire l’eco di certi film di Christopher Nolan, anche – e sopratutto – per il taglio che l’autore ha deciso di dare all’opera).

Il fumetto è disegnato con uno stile frizzante e la scelta dei colori è assai valida a trasmettere sia vivacità, sia sconforto: la colorazione è in campiture piatte e, sebbene a dominare siano tonalità spente e tendenti ai grigi, sono comunque presenti degli spruzzi di tinte più accese che ravvivano le tavole (ad esempio il rosso vermiglio dei capelli di Tamara, la fidanzata di Lubin). Il tratto di Timothé Le Boucher è elegante, semplice e sottile. I personaggi sono tutti riconoscibili e unici (dal design molto efficace), e vengono raffigurati con poche linee fluide: i dettagli sono appena accennati e i corpi risultano dinamici e con un rigore anatomico degno di nota. Inoltre, anche i volti e le espressioni sono ben equilibrate, tenui e mai esasperate (se non nel finale).

In conclusione, I giorni che scompaiono è un fumetto ottimo, un thriller psicologico intenso ed emozionante valido sia dal punto di vista della scrittura, che del disegno: nell’insieme, un’opera con una narrazione forte sotto ogni punto di vista. Il dramma della situazione kafkiana in cui si ritrova Lubin è la scintilla che permette – a fianco di un intrattenimento nel senso più “ingenuo” del termine – di sviluppare una riflessione sull’identità e sulla coesistenza di diverse personalità all’interno di ciascuno; un tema “classico”, ma raccontato con un taglio appassionante, mescolando il fascino di un racconto giallo con i sapori dolci della commedia e un pizzico di fantascienza amara. Una grande prova di abilità da parte di un giovane autore che ha sicuramente molto altro da mostrare (ed è per questo che personalmente non vedo l’ora di leggere il suo nuovo fumetto, Le patient**, pubblicato per Éditions Glénat lo scorso aprile).

Francesco Biagioli

 

* Per comodità, il Lubin che conosciamo – e quello che rappresenta a tutti gli effetti il “protagonista” del racconto – verrà chiamato d’ora in poi semplicemente Lubin (o l’acrobata), mentre la nuova personalità – vale a dire l'”antagonista” del racconto – verrà chiamata l’Altro. In realtà, distinguere le due personalità in maniera così netta e relegarle ai ruoli di protagonista e antagonista è forse controproducente e in contrasto con le intenzioni dell’autore di mostrare una realtà ben più complessa e fluida – al cui interno è difficile separare in maniera effettiva bene e male e, soprattutto, definire una individualità pura -, ma per l’appunto, questo viene fatto solamente ai fini di una maggiore comprensione della sinossi.

** https://www.glenat.com/1000-feuilles/le-patient-9782344028070

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