Lucas, le sue carte sparse: la vita autosufficiente dell’alter-ego di Cortázar

Un certo Lucas, Julio Cortázar
(Sur, 2020 – trad. di I. Carmignani)

9788869981999_0_221_0_75Chi non si accosta a Cortázar da neofita sa più o meno cosa aspettarsi da questo libro – conosce lo stile particolarissimo di questo esplosivo autore argentino, le sue bollicine, la sua antilogica, il suo riconoscibile timbro allucinato e onirico, l’assurdo introdotto di sottecchi, la surrealtà tranquilla. Per chi si accosta a Cortázar da neofita: complimenti, ora anche voi avete una vaga idea di cosa aspettarvi. Qualora non bastasse, qui trovate una nostra recensione di una delle sue raccolte di racconti. Tornando a noi: bene, Un certo Lucas possiede tutte queste caratteristiche, tutte assieme – e anche di più.

Per citare la quarta di copertina del volume, Un certo Lucas “non è una raccolta di racconti, non è un romanzo, né un’opera di saggistica”. Si potrebbe dire che sa soltanto quel che non è. E questo va benissimo: non sempre è possibile incanalare un’opera in categorie normate. Tuttavia, trovandomi nella posizione di dover presentare il testo, cercherò quantomeno di descriverlo nella sua “incategorizzabilità”. Cominciando dal rubare un’altra frase alla quarta di copertina, una citazione di Jaime Alazraki: “Il libro di Cortázar che assomiglia di più al suo autore”.

Prendete un autore: un certo Julio. Mettetelo da parte, ma non troppo lontano: potrebbe ancora tornarci utile, e senz’altro lo farà. Adesso incontrate il suo alter-ego: un certo Lucas. Ma incontratelo con calma, senza avere fretta. Un pezzettino alla volta. Una micronarrazione dopo l’altra. Per un totale di sessanta micronarrazioni brevi, talora brevissime, distribuite fra tre sezioni e un’appendice. E cercate di non essere troppo duri con lui; non fategli troppe domande. Lasciate solo che vi porti dove desidera, e abbandonate il bisogno di risposte sensate. Just go with the flow.

Un certo Lucas sembra mettere assieme il taccuino dello scrittore, denso di ricordi e aneddoti di vite passate e presenti buttati giù in modi sempre diversi nel pieno impeto della sperimentazione estrema, il dialogo con il sé recondito nei più arditi recessi della psiche, e l’osservazione del sé con occhio esterno, a volte spietatamente autocritico, altre fortemente ironico, in ogni caso volto a disintegrare le maschere che s’indossano quotidianamente, sviscerare i dialoghi più banali nella loro irrinunciabile banalità, fantasticare sull’incontro possibile fra i due mondi, quello della mente e quello reale.

L’intreccio continuo fra queste diverse prospettive fa sì che non ci sia niente che manchi, in questo libro. C’è psicanalisi, c’è metanarrativa, c’è critica letteraria e semiosi illimitata, c’è scrittura accademica ma non proprio, c’è l’amore vero, quello tradito, quello sfiorito, quello esasperato, quello falso. C’è musica, ci sono le poesie a cerniera che si leggono dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso, ristoranti lussuosi nascosti nella metropolitana e critica sociale. Diversi stili si alternano in questa corsa a staffetta di microracconti, assumendo ora la veste di meditazioni private, ora di esercizi di scrittura, ora di diario, ora di cronaca, studio, riflessione o sfogo. Annoiarsi è impossibile e la lettura procede spedita come poche.

Nel gioco letterario strategie vecchie e nuove finiscono per mescolarsi. Julio/Lucas vuole divertirsi e divertire; riesce a rendere leggera anche la serietà, in un modo che troverebbe concorde Calvino. Nelle pagine si crea anche spazio per la critica, orientata su vari fronti, ma tale da non risultare mai pedante o ripetitiva. Non di rado lo scrittore si lascia prendere la mano dal flusso irresistibile di una narrazione che finisce per trascinarlo di corsa lontano dalla meta prefissata, se pure ce ne fosse una stabilita dall’origine. Tra le figure più amate, in questa come in altre raccolte del medesimo autore, vi è l’aprosdoketon: un’imprevista virata finale che costringe il lettore a tornare sulle righe appena scorse e re-interpretarle in una luce diversa.

«Sei complice degli altri, a me spesso sei sembrata diversa e ti ho voluto bene per questo ma ormai sono tre o quattro volte che mi fai lo stesso scherzo, che m’importa se ogni tanto corrispondi al mio desiderio quando poi va a finire in questo modo. […] tu, tu non mi dai altro che questo vuoto di restare a casa, di sapere che tutto trasuda ostilità, che verrà la notte come un treno in ritardo su un binario pieno di vento, che verrà solo dopo molti mate, molti notiziari, con tuo fratello lunedì che aspetta dietro la porta l’ora in cui la sveglia mi metterà di nuovo faccia a faccia con lui, il peggiore, attaccato a te, ma tu ormai sei di nuovo lontanissima da lui, dietro il martedì e il mercoledì e così via.» (p.38)

In Un certo Lucas il lettore troverà scene di vita più o meno quotidiana, ma non mancano narrazioni icastiche, metonimiche, fantastiche, che rimandano direttamente allo stile usuale dei racconti di Cortázar. Personificazioni insolite e visioni inedite di una realtà difficile da afferrare, ma estremamente affascinante da esplorare, in cui il dettaglio più inverosimile all’improvviso non sembra più tanto fuori posto nel mondo di tutti i giorni; anzi, diventa facile credere che ne abbia fatto parte da sempre.

Tra gli effetti speciali di una deliziosa, effervescente “surrealtà” fanno capolino grigiori più crudi, come disordinate favelas ai margini di un eterno Carnevale; in tal modo si crea quel sapore agrodolce che, a suo modo, è anch’esso molto sudamericano. Così avviene ad esempio nel micro-racconto Un piccolo paradiso, nel quale il passaggio all’età adulta è segnato dall’iniezione nelle vene di minuscoli e proliferi pesciolini dorati, che simboleggiano per gli abitanti del paese l’ingresso nella felicità, una promessa di armonia indescrivibile. Fin quando non cominciano a morire, ostruendo i vasi sanguigni.

«In tal caso si ricorre a una delle fiale iniettabili che tutti hanno in casa. […] Il governo del generale Orangu ha fissato il prezzo di una fiala all’equivalente di venti dollari, il che presuppone entrate annuali per svariati milioni; se per gli osservatori stranieri tutto questo equivale a una gravosa imposta, gli abitanti non l’hanno mai vista così, perché ogni fiala restituisce la felicità ed è giusto pagare. […] Cosa importa la miseria, dopotutto, quando si sa che ognuno ha i suoi pesciolini d’oro e che presto arriverà il giorno in cui una nuova generazione li riceverà a sua volta e ci saranno feste e ci saranno canti e ci saranno balli?» (pp. 64-65)

Consigliato a: chi non si lascia scoraggiare dai voli pindarici, chi apprezza spassionatamente i voli pindarici, chi è a suo agio con l’estrema varietà stilistica e tematica, gli amanti della letteratura sudamericana, chi non può soffrire le categorizzazioni rigorose, e in generale a chiunque leggendo queste righe si sia sentito incuriosito.

Alessia Angelini

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