Tra «bloomsburiani» e metamorfosi in La signora trasformata in volpe

La signora trasformata in volpe, David Garnett
(Adelphi, 2020 – trad. di S. Pareschi)

lady into foxDopo alcune edizioni italiane dal 1957 in poi, Adelphi ripubblica, con la traduzione di Silvia Pareschi, il racconto dell’autore inglese David Garnett La signora trasformata in volpe. La short-story, uscita per la prima volta nel 1922, nasce come prodotto di una fantasticheria: pare che Garnett immaginasse spesso sua moglie nelle sembianze di una volpe, e il titolo all’inizio doveva essere semplicemente The Metamorphosys of Mrs Tebrick, ma poi, influenzato dall’incisione Daphne mouée en laurier contenuta in un libro di Ovidio che aveva a casa, l’autore scelse il più evocativo Lady Into Fox [1].

Come già intuito, La signora trasformata in volpe, ambientato nel 1880, è il resoconto di una metamorfosi, quella avvenuta ai danni della signora Silvia Tebrick, nata ironicamente Fox, che un giorno, durante una passeggiata per la campagna vicino casa con l’amorevole marito Mr Tebrick, si trasforma in volpe. La metamorfosi fisica è improvvisa oltre che istantanea, e avviene proprio quando Mr Tebrick comincia a trascinarla via dalla strada perché una battuta di caccia è ormai vicina, e lei sta rimanendo indietro:

«Mr Tebrick, sentendo i cacciatori, affrettò il passo per raggiungere il limitare del boschetto, da dove avrebbero visto bene i segugi se la muta si fosse diretta dalla loro parte. Sua moglie rimaneva indietro, e lui, tenendola per mano, cominciò quasi a trascinarla. Prima che arrivassero al limitare, d’un tratto Silvia strappò via la mano dalla sua con violenza e diede un grido, e lui si voltò di scatto a guardarla. Dove un istante prima si trovava sua moglie, adesso c’era una piccola volpe di un color rosso acceso». (pp.16)

Il fatto che la metamorfosi avvenga durante un momento di resistenza, seppur poco eclatante, nei confronti del marito non è un dettaglio di poco conto, anzi; se inserito nello specifico contesto storico-letterario dell’autore assume notevole significato. David Garnett era infatti un esponente – anche se non proprio di spicco, perché si unì tardi – del Bloomsbury Group, quel gruppo di intellettuali che nei primi trent’anni del Novecento si situò al centro del dibattito culturale in Inghilterra, e che tra i membri più eminenti contava artisti quali Duncan Grant – che conosceva Garnett e con cui ebbe anche una relazione – E. M. Forster, Lytton Stratchey, Leonard e Virginia Woolf.

La filosofia dei «bloomsburiani» era molto composita e investiva tutti i campi del sapere e delle arti, ma, per meglio capire il senso della Signora trasformata in volpe, è sufficiente dire che il gruppo disconosceva in toto i costumi borghesi dell’epoca, inclusa la netta suddivisione dei ruoli maschili e femminili, oltre che l’idea di un’identità personale monolitica e immutabile: la modernità aveva ormai messo in crisi tutte le convenzioni vittoriane, scuotendo sin dalle fondamenta la struttura di una società che doveva necessariamente andare oltre per potersi rinnovare. All’arte come performance, ossia come rappresentazione, si sostituiva – in linea con i precetti modernisti – l’arte come presentazione, presentazione in sé di un fatto qui e ora, proprio nel momento in cui sta avvenendo; ecco dunque spiegato l’uso di tecniche come il flusso di coscienza.

Per ciò che riguarda La signora trasformata in volpe, non si può dire che a livello stilistico Garnett abbia aderito alla scuola woolfiana dello stream of consciousness. Di contro, anche se in linea generale si potrebbe leggere questo racconto come mera allegoria, sarebbe sminuente etichettarlo semplicemente come tale, poiché l’allegoria, lavorando sulla simbolizzazione dei contenuti, rimanderebbe più a una volontà di rappresentazione invece che di presentazione, mentre per Garnett: «il valore di tutte le opere d’arte è un valore letterale, non uno nascosto» [2].

Da qui la grande potenza insita nell’uso della metamorfosi animalesca all’interno di La signora trasformata in volpe, che facilita la percezione del racconto come sistema di simboli, rimandando a una specifica condizione femminile, alla forza di un amore assoluto; allo stesso tempo però, funziona anche come miccia per cambiamenti successivi, che si svelano con l’immediatezza del qui e ora durante il dipanarsi dell’azione.

Si è detto che Silvia si tramuta in volpe, repentinamente. A seguito di questa metamorfosi fisica ne cominciano ben altre due, di tipo caratteriale. La prima è quella di Mrs Tebrick: all’inizio, anche se volpe, continua a mantenere il contegno e i modi propri di una signora che fa parte della buona borghesia vittoriana. Mano a mano che il tempo passa però, Silvia si inselvatichisce sempre di più, fino a liberarsi totalmente dalle convenzioni sociali umane per rispondere solamente al puro istinto animale.

L’altro cambiamento a cui si assiste è quello di Mr Tebrick, che dapprima fa tutto quello che può, in nome dell’amore e del suo legame matrimoniale, perché Silvia continui a conservare i comportamenti di quando era sua moglie, e si dispera se accade il contrario. C’è quindi, all’inizio, una volontà di costrizione – inconsapevole, poiché percepita come naturale – da parte del marito nei confronti della moglie che fino a un certo momento è dalla moglie stessa avvalorata, e qui mi viene in mente il concetto bourdieusiano di violenza simbolica, alla base dei rapporti uomo-donna.

Ma quando Mr Tebrick non ce la fa più, allora la situazione si ribalta: non è più l’uomo che agisce attivamente nel rapporto in maniera esclusiva, ma la donna; non è più il marito, nel costante tentativo di ratificare il suo dominio all’interno della dinamica di coppia, a condurre la relazione, ma la moglie. Una volta liberata la moglie, non più trascinata ma trascinante, a Mr Tebrick non resterà che inseguirla, e infine accettarla per quello che è, adesso sì – e non come prima – in nome del suo vero amore per lei.

Un ultimo interrogativo, però, rimane a fine lettura. La metamorfosi caratteriale di Silvia viene giustificata nel testo – sia attraverso le parole del narratore in terza persona, sia nei discorsi indiretti riportati di Mr Tebrick – sempre come naturale conseguenza del fatto che la donna sia una volpe. Ma nulla, nel racconto, ci dà conferme inconfutabili sulla questione.

Di conseguenza, l’ipotesi secondo cui Silvia abbia preferito abbandonarsi per scelta ai piaceri dell’istinto animale (piacere: altra parola chiave del Bloomsbury Group) invece di vivere alle condizioni del marito rimane aperta, ed è questo, tra i tanti, l’elemento forse più interessante di un racconto che, soprattutto se inserito nel suo contesto di creazione, ha veramente molto da dire.

Angela Marino


[1] PMLA, Vol. 73, No. 4, The Metamorphoses of David Garnett, W. R. Irwin, p. 388.
[2] Ivi, p. 389, mia traduzione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...