André Malraux, il mitomane che ha narrato la vertigine di vivere

La condizione umana, romanzo ammantato di mito e di leggenda, è stato un libro di culto per diverse generazioni. Lo dimostrano i nomi illustri di chi lo ha stimato, ma anche il caso di un omicidio avvenuto in Francia nel ’49 a opera di due minorenni. Oggi, tuttavia, resta forse poco dell’eredità del suo autore, che non è stato tutto ciò che aveva detto di essere.


Quando si parla di André Malraux, i confini tra realtà e leggenda si confondono. È stato «il figlio del secolo», tra i favoriti per il Nobel[1], l’eroe rivoluzionario che avrebbe combattuto in Indocina e nella Guerra Civile spagnola, per oltre un decennio Ministro della Cultura e della Propaganda per Charles de Gaulle, autore del «livre du siecle»[2] che è quel La condition humaine considerato tutt’ora in Francia uno dei romanzi più importanti del Novecento[3]; ma è stato anche, prima ancora che tutto questo, un falsario, un baro, un mistificatore, un mitomane; autore, oltre che di romanzi, di un’agiografia personale con cui ha creato il mito di sé.

Ed è stato proprio questo mito, con tutta probabilità, a decretare la fortuna delle sue opere, a partire da La condizione umana, pubblicata nel 1933 e vincitrice nello stesso anno del Prix Goncourt, allorché Malraux aveva solo trentadue anni e tornava dalla sua spedizione asiatica. Della biografia che scrisse di sé in risvolto al romanzo, l’unica cosa vera è che nacque a Parigi[4]. Malraux si attribuì infatti prestigiosi incarichi politici e diplomatici non esattamente veri; alla rivolta di Shangai che è al centro del romanzo, fece intendere sempre di aver partecipato in prima persona; in questo modo diede legittimazione e autorevolezza alla Condition come a testimonianza reale di un’esperienza storica e politica vissuta gloriosamente sulla propria pelle.

A smascherarlo per primo fu Wilbur M. Frohock, della Stanford University, che nel 1952 pubblicò il volume André Malraux and the tragic imagination. A Shangai Malraux sarebbe arrivato soltanto quattro anni dopo la rivoluzione raccontata nel più celebre dei suoi romanzi. In precedenza era stato a Saigon, dove aveva diretto il giornale L’Indochine. Qui avrebbe ricevuto notizie di quel che avveniva a Shangai attraverso i contatti con i servizi di propaganda sovietici di Borodin.

Prima ancora era stato in Cambogia e Thailandia, stando alla sua versione, come responsabile di una spedizione archeologica per il Ministero delle Colonie; nella sostanza, per trafugare e rivendere poi in Europa reperti archeologici[5]. Fu arrestato e condannato a tre anni di carcere dopo essere stato scoperto ad asportare sette bassorilievi dal tempio induista di Banteay Srei. Era il 1924 e la notizia fu all’ordine del giorno in Francia. Numerosi intellettuali, tra cui Gide, Breton, Mauriac, firmarono una petizione in sua difesa per chiedere un non luogo a procedere[6]. Malraux aveva allora ventitré anni e solo due anni dopo avrebbe esordito come scrittore. Ma la sua fama umana precedeva quella letteraria, e l’episodio dell’arresto ad Angkor fu probabilmente la pietra angolare su cui erigere la sua mistificazione personale.

Il Goncourt nel 1933 fu la vera e propria consacrazione. Migliaia di lettori si avvicinarono alla sua opera e critici, scrittori e intellettuali lo elogiarono. «È troppo intelligente per me» disse di lui André Gide[7], tra i suoi più entusiasti estimatori. Malraux divenne subito un autore di culto, cantore dell’esperienza comunista nell’Europa degli autoritarismi e dei totalitarismi di destra, capace di formare una generazioni di giovani francesi ed europei. E poco importa, in questo caso, se La condizione umana ha più invenzione romanzesca di quanta realtà storica lasciava promettere: riuscì a portare in molti dall’altro lato della barricata.

«[…] Nel 1942 mi capitò di leggere un libro, La condizione umana di André Malraux […] Ebbi una tale emozione nel leggere questo libro che credo mi spuntarono dei brufoli, mi venne la febbre alta nella notte. E da quel momento in poi cominciai a ragionarci sopra, forse troppo[8]

A leggere Malraux nel 1942, all’età di diciassette anni, è Andrea Camilleri. L’incontro con quel romanzo che Bompiani pubblicò in Italia già nel 1934, «passato stranamente attraverso le maglie della censura fascista»[9], fu per il giovane Camilleri fondamentale. «Per la prima volta, capii che i comunisti non mangiavano i bambini, non erano degli assassini, ma erano gente come noi.»[10] Da lì in poi il distacco definitivo dal fascismo, che comunque era andato maturando da prima, ammette, come una «crisi di coscienza».

Malraux fu una lettura di culto anche per le generazioni di giovani che uscivano dal dopoguerra per raggiungere le “primavere” del ’68. Quella condizione umana che aveva descritto nell’esperienza, nelle parole e nei drammi interiori dei suoi protagonisti a Shangai divenne il manifesto dei giovani francesi che avevano vissuto la tragedia della guerra, l’onta di una rapida sconfitta, il disonore di cinque anni di occupazione e di collaborazionismo.

Emblematico è un caso di cronaca nera che tenne banco in Francia tra il 1949 e il 1951. Due ragazzi di diciassette anni, Claude Panconi e Bernard Petit, figli di rispettabili famiglie, uccidono in un bosco nei pressi di Parigi il coetaneo Alain Guyader con un colpo di pistola alla schiena. Il movente, da subito, viene attribuito alla gelosia, in quanto Panconi e Guyader erano interessati a una stessa ragazza. Ma nel processo tenuto due anni dopo, di cui si parlò molto anche in Italia, emerse una realtà ulteriore, che mobilitò l’intera opinione pubblica francese – lo stesso Mauriac ne scrisse a più riprese. Panconi, nel dare movente e ispirazioni del gesto, parla delle sue letture esistenzialiste: «Ceux qui n’ont lu ni Sartre, ni Gide, ni Camus, ne comprendront rien à cette histoire.»[11]

Ma proprio come cita La vertigine del nulla di Sartre o il Caligola di Camus, così Panconi dà, durante il processo, una definizione della condizione umana identica a quella di Malraux.[12] Ed è proprio attraverso l’autopsia di una condizione a cui nessun essere umano può sfuggire che egli illustra la ratio dell’assassinio; quella ragione sublimale e inconscia – reale o addotta che fosse – che l’aveva portato a togliere la vita a un altro uomo. Il ragazzo, che poi sarà condannato a dieci anni di carcere, presentava se stesso ai giudici come uno dei personaggi del romanzo di Malraux.

L’omicidio di Guyader diventa così l’emblema di una generazione nichilista e annichilita, che ha perso ormai le sue certezze, e che trova nelle opere di Malraux, Gide, Sarte e Camus, citati in bibliografia al banco degli imputati, il trattato della propria condizione. Uno dei legali dichiarò durante il processo: «Siamo stati noi a privarli della loro giovinezza perdendo la Guerra nel 1940»[13]. Quella generazione francese che si lasciava alle spalle le rovine della Seconda Guerra Mondiale era davvero una pletora di personaggi malrauxiani: atterriti dalla propria limitatezza[14], «soli davanti all’inumano»[15], vacillanti dinnanzi alla consapevolezza di essere nient’altro che uomini in un mondo di uomini[16]. Perché «ogni uomo sogna di essere dio»[17], come dice Gisors a Ferral.

C’è anche Nietzsche oltre a Pascal (da cui viene preso il titolo dell’opera)[18] nell’antropologia di Malraux, che citata esplicitamente la «volontà di potenza»[19] come tormento dell’uomo. Gli uomini soffrono perché non possono sostenere la propria condizione, che non può conciliarsi con l’idea di eternità; con il bisogno, ancor più di governare, di costringere l’altro; con l’istinto a voler essere dio. «Nel più profondo, la mente concepisce l’uomo solo in una dimensione eterna, e la consapevolezza della vita non può essere che angoscia. La vita non va pensata con la mente, ma con l’oppio»[20] pensa ancora Gisors nelle ultime pagine.

La droga, per Malraux, è uno dei possibili rimedi al dolore di concepirsi come uomini, al pari dell’amore e delle idee. Lo stordimento dei sensi come modo, per dirla con le parole usate da Hesse in Siddharta già nel 1922 – romanzo ch’è probabile Malraux avesse letto -, per non sentire più il proprio io né le pene e il dolore della vita. Se la limitatezza umana, dunque il morire è inaccettabile, bisogna allora trovare una ragione per cui farlo. Questo è il significato della rivoluzione per i personaggi che abitano la Shangai di Malraux: nient’altro che un modo per dare un senso alla morte, per sfuggire alla propria condizione umana.

Ma qual è l’eredità che conserviamo oggi di Malraux? La potenza della sua opera, io credo, era tale in quegli anni in cui il mondo si avviava inesorabilmente alla mattanza della Guerra, e in quelli successivi, in cui si sarebbero uccisi i padri. L’uomo novecentesco si trovava a scoprire allora il cadavere ancora caldo di dio, sepolto di lì a poco insieme alla Storia. Le emozioni differenti ma parimenti intense che hanno provato Camilleri e Panconi a leggere la Condition sono oggi impossibili da riprodurre, perché l’opera non ha più il medesimo scenario socioculturale col quale risonare a quella maniera; un’equazione in cui una delle due espressioni è stata cambiata, e l’uguaglianza non può così sussistere.

Le nuove generazioni del XXI secolo riescono meno a ritrovarsi nei personaggi di Malraux, perché sono nate e cresciute quando dio già era morto, e non possono dunque subirne lo choc. E con dio, con la storia e insieme con la concezione storicistica del tempo, sono morte e sepolte anche le ideologie. Morire per un’idea, chi è ancora disposto a farlo oggi in Occidente? E la rivoluzione, non è forse un termine ormai desueto in ambito politico? Generazioni come la mia sono ormai assuefatte alla fine, e alla fine della fine, al punto da non aver più bisogno di trovarvi un senso. Forse non è più la morte a rappresentare l’eccezione. È la vita, semmai, ad esserne diventata il vizio di forma.

Giuseppe Rizzi


[1] Il premio Nobel a Malraux, il “figlio del secolo”? in Corriere della sera, 14/07/56
[2] L. Emery, L’ultimo colpo del “libertino” Montherlant, in Corriere della Sera, 26/02/55
[3] Al quinto posto della classifica dei 100 libri del secolo di Le Monde.
[4] Come nota Simone Barillari in Quel che resta dell’uomo, postfazione a una nuova edizione dell’opera, pubblicata in estate da Bompiani.
[5] La verità sullo scandalo di Banteay Srei – insieme ad altri episodi mistificati della giovinezza di Malraux – fu portata alla luce dal belga A. Vandegans in La jeunesse littéraire d’André Malraux: essai sur l’inspiration farfelue, J.-J. Pauvert, 1964
[6] L. Bocchi, La leggenda di Malraux nacque in un tempo asiatico, in Corriere della Sera, 22/04/1964
[7] ibid.
[8] A. Camilleri, I racconti di Nené, Feltrinelli, 2014, p. 14.
[9] ivi
[10] ivi
[11] J.-M. Théolleyre, Un fait divers hors série, in Le Monde, 03/05/51 – “Chi non ha letto Sartre né Gide né Camus non potrà comprendere nulla di questa storia”.
[12] I. Montanelli, La prima colpa è dei libri che hanno infettato la gioventù, in Corriere della Sera, 22/05/51
[13] J-3 murder in France, a generation’s ordeal, in Life, 04/06/1951
[14] A. Malraux, La condizione umana, trad. di S. Ricciardi, Bompiani, 2020, p. 292
[15] ibid. p. 306
[16] ibid. p. 237
[17] ivi
[18] «Immagina un gran numero di uomini in catene, tutti condannati a morte, alcuni dei quali siano ogni giorno sgozzati sotto gli occhi degli altri; quelli che restano vedono la propria condizione in quella dei loro simili e, guardandosi tra loro con dolore e con speranza, aspettano il loro turno. Questa è l’immagine della condizione degli uomini» Pascal, fr. 341, citato in S. Barillari, op. cit. p. 354
[19] A. Malraux, La condizione umana, op. cit., p. 237
[20] ibid. p. 346

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