Muri e martiri – quando i traumi storici entrano nelle librerie

We did not cross the border, the border crossed us

(Slogan dei Latinos negli USA, da “La cicatrice”)

 

Era il 1989 quando il simbolo di un epocale scontro ideologico è stato abbattuto: insieme al muro di Berlino sono caduti i confini immateriali di un conflitto geopolitco, culturale e sociale che ha attraversato il globo tracciando barriere. Un mondo spaccato in due si ricompone in un continuum fatto di differenze e punti di contatto liberi e mutevoli. Ma mentre qualcuno festeggia per una barriera abbattuta, altre ne nascono e alcune si irrobustiscono. Un muro è una divisione, un solo territorio spaccato a metà, due regioni che pretendono di essere due mondi, due sistemi, due culture, due pensieri, due tipologie di esseri umani. Mentre qualcuno pensa a come costruire una Terra globalizzata, qualcun altro progetta mura.

Il muro che separa il Messico dalla California è una realtà concreta, oggettiva e violenta tanto quanto poteva esserlo quello tra Berlino EST e la sua controparte capitalistica meno di trent’anni fa. Ora come allora, una metà si sente più fortunata dell’altra (un mondo migliore, un sistema migliore, una cultura, un pensiero, una tipologia di esseri umani superiore) e l’altra sente solo di non poter rimanere dove il muro pretende di imprigionarla.

Apop-la-cicatricendrea Ferraris e Renato Chiocca hanno toccato con le loro mani quel muro, percorrendone parte del perimetro in macchina nelle operazioni di pattugliamento e assistenza condotta da gruppi di samaritani, il cui obiettivo è supportare e soccorrere quei latinos che sono riusciti ad attraversare il muro e che rischiano le loro vite “al di là” del confine. Un’esperienza che li ha messi in contatto con storie e testimonianze di sopravvissuti – come Alex, 33 anni, trovato in fin di vita tra uno stuolo di avvoltoi – e di vittime meno fortunate – come Tonino, 16 anni, ucciso per errore dalla polizia di confine nel tentativo di impedire la fuga oltre il muro ad altri due migranti. E tutte queste storie, questi traumi storici, l’anno scorso si sono concretizzate in un graphic novel breve ma estremamente coinvolgente.

La cicatrice è una cronaca di guerra contemporanea rappresentata per immagini. Disegni sporchi, colori assenti, frasi brevi e lapidarie. L’impatto emotivo vuole prescindere da qualsiasi artificio retorico: odio, dolore e violenza prendono forma attraverso sentenze essenziali volte a rappresentare i fatti così come essi sono accaduti nella realtà. Un’oggettività legittimata dalla pretesa di descrivere l’esperienza che gli autori hanno vissuto sulla loro pelle.

cicatrice-1I disegni giocano molto sulle caricature dei tratti più particolari dei volti, che vengono spesso rappresentati in primo piano; si tratta dell’unico dettaglio curato delle immagini, caratterizzate invece da tratti approssimativi e ambientazioni talvolta appena accennate. Anche visivamente, l’opera vuole essere scarna di dettagli così da lasciar focalizzare l’attenzione su ciò che conta veramente: l’itinerario di croci impiantate in ogni angolo dove è stato trovato il cadavere di un migrante sfortunato, per esempio, o le tarantole e i centopiedi che attentano alla vita dei disperati tanto quanto la fame. O ancora, quell’infinita distesa di cemento che separa, divide, disordina e uccide.

Mentre qualcuno crea muri – fisici, ideologici, culturali -, la nostra storia contemporanea si lascia stravolgere anche da quanti ne abbattono in attentati terroristici che si portano via la vita di vittime inermi insieme a quelle degli stessi dinamitari. Un modo diverso per raggiungere lo stesso obiettivo: segnare delle differenze, rifiutare l’Altro, muovere guerra. Solo che questa volta non è la “metà” potente che traccia confini, dall’alto del suo essere vincitore, ma quella debole, così fragile da non avere nemmeno un territorio su cui ergere mura fisiche. Una metà povera nei mezzi ma granitica negli ideali, fatta di persone talmente indottrinate – politicamente prima ancora che religiosamente – da non temere di morire in nome di un ordine mondiale utopistico e logicamente irrealizzabile. I martiri del jihad sono insieme vincitori morali e sconfitti cronici, figli di traumi storici e loro artefici.

1506537347COPBataclanAnne Giudicelli e Luc Brahy dedicano la loro penna e il loro inchiostro a uno degli attenti che l’Europa ha sentito con più forza, rabbia e dolore: quello avvenuto il 13 novembre 2015 presso il Bataclan, in Francia. Un documentario a fumetti, come riportato in copertina, edito dalla Mondadori Comics per la collana “Historica”, dall’emblematico titolo Bataclan, terrore a Parigi. Un reportage che ancora una volta decide di rinunciare a qualsiasi artificio retorico in nome di una cronaca che vuole essere oggettiva, chiara, diretta. Lo scopo è presentare i fatti che hanno sconvolto la Francia per come le ricostruzioni ufficiali le hanno descritte, senza aggiungere altro, senza abbellire la narrazione con giochi letterari o visivi. Non serve, perché la realtà è di per sé abbastanza atroce da poter rappresentare scene emotivamente forti come meri fatti oggettivi.

I disegni sono ancora una volta in bianco e nero, con inchiostrature più definite e meno sporche di quelle che caratterizzano La cicatrice, ma dai tratti sempre molto semplici e lineari. Dove si vuole descrivere la violenza degli attentati – non solo quelli in Francia, ma anche la loro controparte siriana – le immagini si fanno più caotiche e dinamiche. L’opera è un crescendo di suspance che racconta passo dopo passo una storia di cui tutti sappiamo già l’esito.

Laddove Ferraris e Chiocca raccontano le storie delle vittime, Giudicelli e Brahy seguono il percorso dei carnefici. Una distinzione chiaramente condizionata dal punto di vista “europeo” degli autori e dei lettori, la quale però scema di fronte alla pretesa di oggettività storica su cui si fondano entrambe le opere. Al di là di questa palpabile differenza e delle sue pur importanti conseguenze, le analogie sono chiare ed evidenti: le immagini, con la loro immediatezza, veicolano la portata emotivamente esplosiva del dolore e della violenza della guerra; sono immagini senza colori, un bianco e nero perenne, e sono semplici, talvolta appena abbozzate, imprecise. Un mondo imperfetto non merita altro che schizzi o semplificazioni, e la sua descrizione non ha bisogno di giochi di parole per stupire. Sconvolge comunque, senza alcuno sforzo.

 

bataclan-cs

 

(di Anja Boato)

 

 

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