La montagna veneta, “ultima patria” bella e selvaggia

L’ultima patria, Matteo Righetto
(Mondadori, 2018)

cover

A un anno di distanza da “L’anima della frontiera” (recensito qui), Matteo Righetto torna in libreria con L’ultima patria, secondo romanzo della Trilogia della Patria. Protagoniste, ancora una volta, sono la famiglia De Boer e Nevada, minuscolo paese situato tra l’altopiano di Asiago e la val di Brenta.

È il 1898. Sono passati due anni dacché la Jole ha attraversato la frontiera, e molte cose sono cambiate. La felicità che aveva caratterizzato il finale de L’anima della frontiera lascia il posto, già dalle prime pagine, all’angoscia e allo scoramento. Nevada è poco più che un paese fantasma: gli abitanti hanno abbandonato le case di famiglia, e le montagne venete, per tentare la fortuna in America. Restano soltanto i De Boer, nonostante la miseria e le difficoltà.

Al generale corrisponde il particolare. Al dramma degli emigranti corrisponde la disgregazione della famiglia De Boer: la secondogenita Antonia lascia la casa paterna e, seguendo la propria vocazione, si fa monaca; quando Sergio, il fratello minore, si ammala gravemente, la Jole si pone per la prima volta in contrasto rispetto ai genitori, e contro la loro volontà si allontana da Nevada per recarsi dalla “Santa”, una misteriosa guaritrice.
Lo strappo finale, tuttavia, sarà dato dall’omicidio del padre Augusto e della madre Agnese. Non vi è nulla da salvare o recuperare, questa volta; la Jole non intraprende il viaggio, com’era avvenuto due anni prima, con il desiderio di riunirsi poi ai famigliari. Cerca vendetta, una giustizia arcaica: occhio per occhio, dente per dente.
Ciò nonostante, Jole non è dominata dai sentimenti negativi: l’odio e la paura non sono assoluti, il legame tra la ragazza e la natura circostante restituiscono equilibrio al personaggio.

La vicenda ha un andamento lineare. Lo scopo di Jole è trovare e punire gli assassini dei genitori; il viaggio avviene per tappe (l’incontro con i testimoni, il viaggio verso il Grappa, il viaggio verso le grotte) che tocca luoghi differenti, dal massiccio del Grappa a Bassano, ma non si scompone in ulteriori sottotrame. L’adozione di differenti punti di vista permette di avere un quadro più vivido dell’intera vicenda, ma i personaggi secondari restano comparse, interlocutori, accompagnatori, non mettono mai in ombra la protagonista.

Si può affermare che la protagonista ha acquisito una nuova maturità, e che lo stesso è avvenuto per l’autore. Lo stile è sobrio, pulito, potente; vi sono ancora delle ingenuità, ma si percepisce un’evoluzione, una penna più sicura.
I paesaggi montani, la fauna e la flora sono descritti con vividezza e competenza; in tal modo il lettore si immerge completamente nella lettura e riesce a identificarsi con maggiore facilità con la protagonista e con l’amore riverente e appassionato che riserva alla montagna.

Il titolo preannuncia la tematica principale dell’opera: nel primo romanzo la riflessione verteva sulla frontiera tra Austria e Italia, tra ricchi e poveri, buoni e cattivi. In questo caso, la parola-chiave patria ha una doppia valenza — la patria-casa di Jole, e la patria degli emigranti affamati e sfiduciati che stanno abbandonando l’Italia.
Le immagini degli emigranti riuniti nelle piazze, dei villaggi sbarrati, delle famiglie accalcate sui treni stimola una riflessione da parte di Jole. È un sistema di azione-reazione naturale.

L’ultima patria è un’opera di rara freschezza e maturità, sia per quanto riguarda i temi che lo stile. Splendida sin dalla copertina, che propone i colori tipici di certi tramonti di montagna, si situa a metà strada tra il romanzo storico, il racconto di cappa e spada e la leggenda.
La passione dell’autore per la materia trattata, per i luoghi del racconto emerge con una chiarezza tale da commuovere il lettore.

Sonia Aggio

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