Carnaio: quei cadaveri venuti dal mare

Carnaio, di Giulio Cavalli
(Fandango Libri, 2018) 

CarnaioUn corpo riverso sulla nuda terra, portato a riva dalla corrente, scuro di pelle, ringrinzito dall’acqua, irrigidito dalla morte, privo di identità. È l’emblema dell’immaginario contemporaneo: uno degli uomini perduti nel Mediterraneo, simbolo di una tragedia umana e insieme cuore di un discorso politico sempre più acceso, che divide il Nord del mondo sulla scia di due ideologie. Quali problemi vengono prima, i nostri o i loro?

Carnaio parte da quest’immagine. Un uomo scuro di pelle portato dal mare, una casualità quasi curiosa che spezza la monotona quotidianità degli abitanti di una piccola e anonima cittadina italiana, DF. Poi però ne arriva subito un altro, e un altro ancora, e alla fine quei corpi tutti uguali diventano una piaga sociale impossibile da gestire. Un’onda anomala di cadaveri.

È panico, DF ha bisogno di aiuto, ma nessuno riesce a trovare una soluzione: da Roma arrivano direttive irrealistiche, viene chiesto al sindaco di non spostare i corpi, lasciarli dove sono. E non ci si rende conto che quei morti infestano le strade, le case dei concittadini, le fogne. Non c’è tempo né modo di trattare il problema con il dovuto rispetto, l’unica soluzione è sgomberare il più rapidamente possibile le strade. Con gli spazzaneve, se necessario.

Nella disputa ideologica su chi viene prima, tra i problemi nostri e i problemi loro, Cavalli si pone dalla parte del “noi” estremizzando questa posizione in una storia grottesca, fantastica e terribilmente realistica. Gli abitanti di DF sono normali cittadini che desiderano risolvere un problema per loro concreto e urgente nel modo più rapido possibile. È irrilevante che quei cadaveri una tempo fossero appartenuti a degli esseri umani. Tanto vale maciullarne le membra, immagazzinarli in grossi capannoni, costruire un muro che li tenga lontani, fare tutto ciò che è possibile per garantire il benessere ai propri concittadini. Non è cattiveria, ma mancanza d’alternative.

Carnaio è un romanzo folle e lucidissimo, che mette in scena un crescendo di atrocità (quasi) sempre paradossalmente giustificabili. L’opera è costruita in un’inarrestabile climax ascendente: si comincia dalla reazione alla tragedia, in cui una piccola cittadina viene lasciata a se stessa da uno Stato sordo ai problemi concreti dei suoi abitanti. La cittadina allora decide di autogestirsi, e lo fa nell’unico modo possibile.

Eliminato il problema urgente – i morti fisicamente naufragati a DF – bisogna pensare a come evitare i problemi futuri. Ed ecco arrivare il muro. Questo però ormai non è più sufficiente, perché la cittadina è finita nel mirino “buonista” dell’Europa scandalizzata, e quindi l’unica soluzione è tentare di diventarne indipendenti, sopravvivere da soli sfruttando i propri punti di forza. Quei corpi, suggerisce un ingegnere, possono essere utilizzati anche per incrementare l’economia e rendere DF una nazione potente.
Intuire a priori il livello massimo di atrocità a cui conduce questo percorso richiederebbe un improbabile sforzo di fantasia. Ogni capitolo è un passo in più verso il baratro, fino a quando la situazione non sfugge definitivamente di mano e Carnaio si riduce alla grottesca parabola di uno Stato Totalitario.

La prima e l’ultima parte del romanzo sono narrati in terza persona, con uno stile grezzo, fatto di frasi infinitamente lunghe, talvolta ripetitive, piene di digressioni che ricalcano l’andamento incerto della mente umana. La seconda parte invece è narrata dal punto di vista di diversi personaggi, nella forma di pensieri espressi in prima persona, interviste e lettere, con una pluralità di toni e tratti stilistici che si adeguano alla diversità caratteriale dei singoli narratori. Diverse voci corrispondono a diversi ritmi, vari gradi di raffinatezza della scrittura e differenti reazioni alla tragedia di DF. Accettazione, sostegno, paura, abnegazione, sospetto, orgoglio, rabbia.

Al lettore non rimane che un continuo, viscerale senso di dubbio, su chi abbia ragione e chi torto, sul valore della morale e la sua inutilità pratica, sull’ipocrisia di chi pensa a loro prima che a noi e sull’egocentrismo disumanizzante di chi mette il noi prima del loro al punto da dimenticarsi che loro sono (o sono stati) persone. Cos’è più importante, un’ondata di venticinquemila cadaveri sconosciuti venuti dal nulla, o i quattordici concittadini che sono morti schiacciati dalla massa di carcasse?
Non fingete di sapere la risposta.

Anja Boato

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