Questo è il corpo: una guida spirituale contro il patriarcato

Questo è il corpo, Simone Marcelli Pitzalis
(effequ, 2022)

9791280263315_0_500_0_75«Alla gente piace che campeggi evidente una morale, spesso quella sbagliata. Morale moraluccia che dia un senso alla storia e a chi la ascolta, una direzione buona per il giudizio. Chi avesse seguito Veronica con gli occhi, come ho fatto io, ne avrebbe tratto la morale sbagliata. La gente cerca la colpa e la responsabilità, la lezioncina in fondo alle strade, soprattutto alle strade che si rivelano sbagliate per chi le imbocca, perché se nel mondo ti perdi per colpa e non per fato allora il mondo fa meno paura.»

Nell’ex-colorificio abbandonato di uno squallido paese di provincia, rifugio occupato da un gruppo di ragazzi e ragazze ostracizzati dalla società, viene ritrovato un giorno il corpo inerme di Veronica, giovane ragazza transessuale. Inizia così Questo è il corpo, romanzo d’esordio di Simone Marcelli Pitzalis per effequ, dando il via al lento scioglimento di una matassa di colpe e peccati che coinvolge le vite di tutti gli abitanti della città.

«Li avevo visti arrivare e trovare un ritmo loro, rendersi solubili a una soluzione reattiva, in una miscela vivente» racconta la voce narrante riguardo al gruppo dell’ex-colorificio. «Avevo allungato le mani dentro di me e avevo trovato il corpo melmoso del risentimento e avevo visto come mi stavano tutti sul cazzo.»

L’elemento più interessante del libro, nonostante il suo tenersi in disparte, nell’ombra, è proprio questa voce narrante, profondamente caratterizzata, appartenente a un personaggio non binary, che non si identifica cioè in un genere stabilito. Osserva tutto ciò che accade al gruppo di amici dell’ex-colorificio, li conosce dall’infanzia, sa che cos’è successo e spia i loro movimenti, i loro gesti e le loro conversazioni. Nascosta nella penombra, invidia la loro luce, il loro manifestarsi nello spazio senza vergogna della propria identità, come faceva Veronica, che non ha mai avuto paura di essere se stessa né dubbi su chi fosse.

La voce narrante è invece in continuo conflitto interiore, tra identità opposte: quella di una ragazzina violenta e arrabbiata, e quella di un ragazzino docile e timido. Perennemente alla ricerca di una giustificazione di questo conflitto, si sente come in dovere di spiegare se stessa, e se stesso, a un pubblico che possiamo essere noi o i paesani, senza mai approdare a una conclusione che la o lo soddisfi, senza stabilizzarsi in un’identità coesa. È quasi la personificazione di una voce fuori campo: indefinita, si nasconde, osserva tutti da un angolo buio e testimonia ogni cosa che vede, ma è lei, o lui, che decide di porsi nella sua condizione di solitudine, per sfuggire al peso degli sguardi.

«Io ero un’ombra, un’ombra cattivissima e crudele, una bambinetta nascosta, un bambinone timidone, e il mio mondo di ombra era infestato dalle altre, dalle loro, perché il mondo era loro, e non mi lasciavano in pace, nemmeno quando non mi vedevano, nemmeno nel mio farmi ombra sempre più piatta, sempre più piatta. Non mi lasciavano in pace.»

L’indefinitezza della sua voce, che altalena tra il genere femminile e quello maschile, è incalzata da un linguaggio sperimentale che procede per inciampi, per tentativi, tornando sui propri passi e ricominciando più volte da capo, senza però mai perdere il ritmo e la musicalità, come una danza che gira intorno al significato disegnando una spirale, avvicinandosi passo dopo passo sempre più al nocciolo della verità. È una voce dubbiosa, fumosa, che esprime la propria indefinitezza su se stessa e sui fatti che racconta ripetendo le frasi ma variando ogni volta qualcosa. La voce più adatta per narrare in modo fedele una realtà multiforme, complessa e dai contorni confusi, sempre in trasformazione e contraddittoria. Uno stile anticonformista rispetto alla linearità della narrativa tradizionale, difficile da impiegare, indice di una grande consapevolezza e conoscenza della lingua, dei suoi limiti e delle sue possibili forzature.

Parte centrale del romanzo è l’intuizione che collega la violenza dell’emarginazione del sistema eteropatriarcale, che tagliuzza i corpi e le identità costringendoli alla conformazione, alle dinamiche di gentrificazione della vita urbana, dovute agli effetti dannosi del turismo globale. Il circuito turistico enogastronomico, infatti, danneggia irreparabilmente il paese dove è ambientata la vicenda, attraendo turisti a patto che le case dei paesani si mantengano come sono per poter vendere un alone di folklore. È così che quindi nelle abitazioni del centro viene conservato l’arredamento vecchio, con le icone dei santi e le fotografie dei parenti defunti; e insieme ad esso anche la stessa società rimane forzatamente immutata.

Ricercando un’idea di autenticità, paradossalmente il turismo rende le città false, le costringe a cristallizzarsi in una sagoma rigida obsoleta, non più rappresentativa della loro realtà, del loro cambiare nel tempo. Congelate nel proprio passato, le città diventano sterili, morte: nessuno dei paesani vive più nel centro, perché frutta di più affittarle ai turisti, ma con il guadagno che ne deriva a mala pena riescono a pagarsi un affitto in piccoli locali della periferia.

Nel racconto si fa largo quindi questa forza uniformante, di matrice capitalistica e patriarcale, che tende alla conformazione, alla stasi nel tempo, così come alla semplificazione delle identità e al conformismo dei corpi, al rispetto delle regole, dei limiti e dei confini, come quelli del binarismo di genere e della proprietà privata, che creano un fuori e un dentro, un esterno e un interno nella società, dove qualcuno viene incluso e qualcun altro viene emarginato.

E poi c’è una forza opposta, quella delle matrone, delle “streghe”, che si sono accampate temporaneamente nelle zone paludose al limitare del paese, attirando su di sé l’ira e il pregiudizio dei paesani. La loro è una forza irrazionale, magica, forte di nuovi rituali di una nuova religione, che attinge da miti antichi e recenti, permeati dalla sacralità di uno stile di scrittura biblico e liturgico, come si evince anche dal titolo, che pur utilizzando termini di uso comune riesce a mantenere l’effetto austero della narrativa epica. «Le matrone dicono: in verità, ascoltate, lo spazio è nostro. Perché lo spazio che ci è stato sottratto da noi lo abitiamo; era esaurito ma noi lo creiamo.»

Le matrone vengono da lontano e interpretano come oracoli il volere delle Sante, divinità misteriose ed evanescenti, capaci di grande amore e al contempo estremamente vendicative, come dee pagane di un rito misterico, erinni, divinità ctonie provenienti da un passato dimenticato. Come matriarche guidano una comunità nomade di reietti che la società ha ripudiato, accrescendo i loro numeri di città in città, portando le loro carovane sempre in avanti, senza fermarsi stabilmente, al contrario della città, che muore nella sua stasi.

Questo il messaggio dell’opera di Pitzalis, che giunge come un monito profetico: se una comunità non si evolve nella creolizzazione delle culture, nel sincretismo religioso, nell’integrazione dell’Altro, se non accetta la mescolanza, la trasformazione e l’ibridazione, allora è destinata inevitabilmente a morire. Mentre il paese del romanzo morirà, costretto a marcire nell’immobilità e a rimanere uguale a se stesso per l’ignoranza dei paesani e per le esigenze del sistema capitalista, la carovana delle matrone continuerà a viaggiare, trasformata dal valore aggiunto dell’eterogeneità dei suoi componenti.

Davide Lunerti

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