“Parla mia paura”, il nuovo vibrante romanzo di Simona Vinci

Parla mia paura – Simona Vinci
(Einaudi)

7895960_2695534Simona Vinci è tornata in libreria lo scorso 19 settembre con Parla mia paura, già in ristampa con Einaudi Stile Libero. Si tratta di una storia insolita per l’autrice, che normalmente non ama scrivere in prima persona né soffermarsi su dettagli personali, e che in questo caso si è invece fatta portavoce di una testimonianza autobiografica complessa.

Il romanzo, infatti, è il completamento de La prima verità, opera con cui la scrittrice ha vinto il Premio Campiello nel 2016 e di cui la nuova pubblicazione rappresenta un cambio di prospettiva interessante, fondato sulle parti tagliate fuori dalla storia precedente.

La protagonista lo introduce fin da subito, senza giri di parole: se sta scrivendo è per raccontare dei propri attacchi di panico, dell’ansia e della depressione che a un certo punto della vita l’hanno soffocata e le hanno fatto perdere il sonno. Dal momento in cui si verifica “lo strappo”, cambia tutto: i rapporti con gli altri, con il buio, con sé stessi, con gli oggetti più semplici, con le persone care, con gli sconosciuti, con il corpo, con la mente, perfino con i sogni.

38383Naturalmente si fa fatica a parlarne, non si vorrebbe confessare nemmeno a sé stessi che da un giorno all’altro si è preso ad avere paura della paura. Quando si riesce a sfogarsi, d’altronde, i consigli altrui non migliorano la situazione: niente aiuterebbe in circostanze simili, tanto meno l’ottimismo spicciolo di qualche conoscente e la scarsa informazione su queste condizioni psicologiche.

Eppure, se rivolgersi agli altri e ottenerne l’aiuto sembra fuori discussione, non c’è altro modo per costruirsi una strada che conduca verso l’uscita del tunnel. Ecco perché il libro “rivela delle cose di me che credevo avrei raccontato soltanto a degli amici molto intimi”, come ha dichiarato Simona Vinci in un’intervista per Rai Letteratura, ecco perché l’autrice ha deciso “di scrivere questo resoconto di un periodo difficile della mia vita e di un disagio esistenziale che mi appartiene, e probabilmente in vario grado mi apparterrà per sempre”: “perché avevo bisogno di perdonarmi e al tempo stesso di offrire ad altri che abbiano vissuto o vivano qualcosa di simile, la possibilità, se non di immedesimarsi, almeno di cogliere un riflesso di sé nelle mie parole”.

simona-vinci-getty-1217Così, le dolorose tappe di questa esperienza vengono ripercorse ad una ad una, senza sconti né indulgenze di sorta: dagli incontri con l’analista all’intervento del chirurgo estetico, dall’anoressia all’insonnia, dalle contraddizioni della maternità al rapporto con il tempo che passa, con la morte e con l’amore. Simona Vinci guarda ogni frammento negli occhi, evitando di costruire un’immagine di sé diversa dalla realtà, e spiega come gradualmente abbia ritrovato il coraggio di raccogliersi nello spazio dell’inquietudine, anziché continuare a sfuggirle.

Usare le parole per dialogare con la paura, infatti, si rivela salvifico. Non a caso, sottolinea la scrittrice in chiusura di romanzo, “spesso siamo noi a costruire le sbarre della nostra prigione, immaginandole. Raccontare la forma di quella gabbia e i tormenti che ci procura, descriverla a qualcuno con le parole migliori e più accurate che riusciamo a trovare, ma anche soltanto quelle che ci vengono o che arrivano per prime, può essere un modo per cominciare a smontarla”.

Simona Vinci ci riesce in maniera esemplare, con una lingua schietta e autentica, che non indugia e che non si vanta, che non pontifica e che non minimizza, che non trasfigura e che non mistifica. Anzi, più la si legge e più si vorrebbe smetterla di nascondersi più da timori, debolezze o nefandezze, trascinati a propria volta dalla voglia liberatoria di dare voce a ogni paura rimasta inascoltata.

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