Che “Stella distante” di Roberto Bolaño sia il vostro regalo di Natale

Prima di dare il via alle ferie di Natale recensisco “Stella distante” di Roberto Bolaño, edito da Adelplhi. E ogni volta che leggo un suo romanzo, giuro, sento un sapore metallico alla bocca. Come qualcosa di ruvido che non vuole scendere, un sapore scomodo e pieno di spigoli. Il fatto è che mi stupisce, un po’ mi inquieta, come questo autore riesca a scrivere così fluidamente e naturalmente anche di cose tremende. “Stella distante” ha le tinte pulp di un thriller, di un giallo insoluto, non sciolto totalmente. Forse il sapore di amaro e metallico viene proprio da questa conclusione non determinata, incompleta.

Ancora una volta, Bolaño parla di ciò che più lo appassiona e che più lo fa vibrare (e si sente): la poesia cilena. Se uno ci fa caso, se uno legge più di un suo romanzo ci si rende conto che tutto è collegato. Alla fine Roberto Bolaño parla sempre e solo di una cosa: la nascita, l’ascesa, i paradossi della poesia della sua terra. Una terra che è martoriata, assassinata, bella e affascinante come una vecchia donna un tempo bellissima, esattamente come il Cile. Il miracolo sta proprio nel centro di queste due cose: leggendo questi romanzi si riesce ad assaporare il Cile, a sentirne gli odori. I poeti di cui parla Bolaño, a volte veri a volte finti ma non è importante, sono la voce del Paese, e d’altro canto è il Cile a dare anima e corpo a questi uomini e a queste donne. Bolaño traccia una geografia umana di parole e letteratura attraverso una storia di guerre e repressioni. La letteratura è la salvezza e la condanna di queste anime. Come è stato con il romanzo breve “Amuleto”, anche questo breve scritto ci porta nel cuore della politica e della società cilena.

Alberto Ruìz-Tagle è un giovane di bell’aspetto che riesce a familiarizzare solo con le donne, frequenta laboratori universitari di poesia e viene descritto dal narratore del romanzo come un ragazzo strano, quasi sociopatico. Qualcosa in lui non va, e quando scompare nel nulla all’improvviso tutti pensano sia morto. Alcuni (anzi, alcune) pensavano sarebbe stato lui a segnare la poesia cilena del futuro.
Carlos Wieder è un ufficiale che disegna poesie nel cielo, scrive con l’aereo citazioni scritturali che svettano sulla testa dei prigionieri dopo il golpe. Il narratore lo vede durante un periodo di prigionia e ne resta stranamente incantato, come ipnotizzato. Qualcuno riconosce in Carlos Wieder l’ormai scomparso Alberto. Nessuno capisce chi sia chi, chi dei due sia la vera identità di quell’artista misterioso. Ma c’è di peggio, qualcosa di più oscuro che questo poeta nasconde nella sua anima, e forse non sa neanche lui quanto marcia sia.

Scoprire la figura di Alberto/Carlos è qualcosa di spiazzante: il linguaggio così colloquiale lascia basiti, come se si stia parlando del meteo e niente più. La poesia è l’unica cosa che conta, Alberto/Carlos ne rappresenta la tendenza distruttiva e dirompente, ma nessuno sembra farci davvero caso. Il narratore ha un tono intimorito, quasi ossequioso e invidioso, ma fino alla fine non sembra mai davvero coinvolto dagli eventi. Non è un narratore onnisciente, non per questo è distaccato; semplicemente la poesia è la priorità da raccontare, non la furia, la rabbia, la violenza. Ed è singolare sapere che il portavoce, in questo caso, della poesia cilena post-golpe sia una figura così maligna, violenta, malata.

Bolaño

Fatevi un regalo di Natale: leggete “Stella distante”, fosse solo per respirare un po’ di Cile, una tragedia scritta come un racconto di fantasia senza importanza: c’è una redenzione che non arriva mai, uno spirito che aleggia sui protagonisti che non lascia loro scampo, li soffoca e li seduce senza se ne rendano conto. La Letteratura è ancora una volta la protagonista, ma non salva niente e nessuno, a differenza di “Amuleto”: anzi, se possibile condanna tutti, compreso il narratore. Verso la fine, la voce del romanzo ci parla dei suoi compagni ed amici che avevano frequentato con lui i laboratori di poesia, e li immagina ragionevolmente felici: nessuno scrive, nessuno pubblica più poesie, tutti leggono con parsimonia ed umiltà. Leggere poco e senza dirlo in giro, senza sperare di poter raggiungere una vetta artistica che non esiste. La Letteratura distrugge, come fa l’arte e fa il dolore in genere. Mai come in questo libro, si evince la potenza e la tristezza della poesia, della parola, e di come votarsi alla scrittura possa essere il contratto meno vantaggioso che si possa sottoscrivere. Solo che una volta scoperta la Letteratura non si può scappare da Lei, si può solo resistere contro sè stessi. Chi mi legge ed è scrittore, sicuramente comprenderà. E allora leggete questo libro e impressionatevi; leggetelo con parsimonia ed umiltà, come consiglia il nostro narratore.

Buon Natale.

Clelia Attanasio

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