Sbocciare una seconda volta: “Ricrescite”, di Sergio Nelli

Ricrescite, Sergio Nelli
(Tunué, 2018)

Nella prosa Infatuazioni (Gli immediati dintorni, 1962) Vittorio Sereni riflette sulla morte di una persona cara e su come questa abbia esercitato su di lui un profondo bisogno di ricominciamento, sia nei confronti dei luoghi che l’amico abitava, sia da tutto il resto situato «ben oltre il paesaggio». La stessa sottesa necessità insorge in Sergio, l’io narrante di Ricrescite, scaturendo però da un movimento logico opposto: non è a causa della morte che le cose del mondo devono essere ridefinite, ma è accompagnando lo sbocciare della vita che il protagonista viene ri-educato a percepire la realtà circostante, e questo succede ricrescendo con il proprio figlio, Federico.

Leggendo il romanzo di Nelli scatta spontaneamente il paragone con l’opera del poeta luinese: entrambi gli autori scavano dentro loro stessi facendosi largo tra corposi accumuli di ricordi ora dolorosi, ora più nostalgici; raramente liberatori. I fantasmi del passato – i nonni, gli amichetti di scuola, l’amico suicida – appaiono in Ricrescite senza nulla pretendere, fungendo da tramite per agnizioni tanto agognate quanto inaspettate: «Questo strano dolore che ci infligge il tempo, a volte ci impiglia in fili dorati».

[Autostrada. Uscita Prato est]

Una luce schiacciata
picchia sulle canne gialle
e stacca i capannoni gli alberi le cose
da una balza di lavagna.

Nelli scrive un diario, un taccuino per gli appunti in cui si raccolgono aneddoti, dialoghi, epifanie, resoconti, pensieri che coprono l’arco di un anno, dal dicembre del novantanove al dicembre del duemila. Tra questi stralci prosastici dalla variabile lunghezza (si va da due righe alla copertura di pagine intere) si inseriscono delle poesie meravigliose, spesso partorite nei momenti di attesa che il protagonista spende in macchina mentre è in viaggio. Ad arricchire ulteriormente il testo, l’autore aggiunge alcune filastrocche per bambini e canti popolari di campagna, come a voler confermare che la prosa – quella non meticciata – non basta a sé stessa, e che solo una forma spuria di produzione letteraria può essere capace di descrivere l’interiorità appesantita e svilita di Sergio: «Stanchezza, tensione, fluidi mi svegliano e mi addormentano. È una guerriglia».

Monte Morello è nel buio;
anzi, nella nebbia.
Sopra il relitto industriale delle Macine,
la Calvana è calva
e fumiga come una cacca di cavallo.

In Ricrescite non c’è trama, se non intesa come intelaiatura soggiacente al testo composta da argomenti e temi che, a fronte della loro ricorsività all’interno del libro, diventano veri e propri svolgimenti, micro-narrazioni giustapposte a volte in opposizione, altre volte in accordo, sempre mantenendo viva quella sotterranea atmosfera – citata più volte da Antonio Moresco nella sua puntuale prefazione – che concorre a creare compiutamente il senso del romanzo. Qualche esempio di fissazione ricorrente: i vulcani, descritti in modo tecnicistico o metaforico al bisogno; il rapporto con gli studenti a scuola; i ricordi delle vacanze al mare; i sogni; la cacca; il tempo; le interviste agli alcolisti per un fantomatico libro dal titolo Quando finirà a tempesta?.

Chissà se il mare mugghia
o è una culla
di mercurio.

Imitando il lento e paziente lavorio del tempo naturale – protagonista di fatto del romanzo – mentre Federico cresce anche Sergio si sente ricrescere, così come lo farebbe uno stelo d’erba, un seme che germoglia: «Soprattutto guardando il nespolo, con le sue ricrescite e i suoi ributti, ho fantasticato che potesse avere qualcosa in comune con questo diario». Federico è la medicina che non solo allevia il dolore del suo genitore ormai pieno di acciacchi, ma lo tutela dalle ferite che la vita, sballottandolo qua e là, gli potrebbe ancora procurare. I dialoghi tra padre e figlio sono caratterizzati dalla particolare capacità immaginativa di Federico, che ingabbia spicchi di realtà con quella poetica saggezza dei bambini ineducati verso le cose del mondo, entusiasti di prendere tutto con giocosità.

Tra le case,
nel cielo livido
del pomeriggio:
lucine di fate,
lavoro triste.

L’influenza pedagogica che il figlio esercita su Sergio è talmente potente che talvolta il padre riesce a gestirla, magari ribattendo ad una domanda con un’altra domanda elaborata attraverso un semplice processo di sottrazione: «F. Come fa un treno fantasma ad attraversare una montagna? Io Come fa un fantasma ad attraversare una parete?»; ma, altre volte, Sergio non può che rimanere spiazzato di fronte ai pregnanti interrogativi del figlio: tergiversare diventa così un meccanismo di difesa necessario – almeno fin quando rispondere non diventerà indispensabile:

F. Babbo quando saranno tutti morti che ci sarà?
Io Come?
F. Quando gli uomini saranno tutti morti?
Io Tutti morti? Aspetta un attimo Federico, finisco di fare una cosa. Aspetta, eh… Un attimo ancora…

Concludendo, si ricorda che nonostante la narrativa di Tunué si riconosca particolarmente per gli esordi, Ricrescite è il primo recupero della collana: pubblicato per la prima volta nel 2004 da Bollati Boringhieri, il libro di Nelli fu soffocato dai meccanismi del sistema distributivo molto in fretta poiché, nel tentativo di dotare le librerie sempre delle ultime novità, il romanzo non ebbe il tempo biologico di ritagliarsi la propria fetta di pubblico, e fu infine costretto tra i fuori catalogo con imbarazzante facilità. La stessa sorte toccò e tocca tuttora a tanti libri; basti pensare a Gli interessi in comune (2008) di Vanni Santoni che, nonostante continui a passare di mano in mano, risulta irreperibile dal 2011. L’esempio è calzante: in veste di curatore della narrativa Tunué è proprio Vanni Santoni che permette a Ricrescite di rinascere editorialmente riappropriandosi dei suoi lettori, vecchi e nuovi.

Un ultimo consiglio: leggete Ricrescite, e leggetelo con lentezza; faciliterà la sedimentazione, oltre che l’appagamento.

Angela Marino

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