Il racconto dei racconti in una Napoli magica e femminile

Morfisa o l’acqua che dorme, Antonella Cilento
(Mondadori, 2018)

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Antonella Cilento torna ancora una volta nella sua Napoli. Se il suo ultimo romanzo, Lisario o il piacere infinito delle donne (finalista al Premio Strega 2014), aveva come sfondo la città spagnola del Seicento, Morfisa racconta una città dimenticata, ignota ai più: la Napoli dell’undicesimo secolo, capitale di un Ducato solo in teoria dipendente da Bisanzio.

Teofanès Arghìli giunge a Napoli con il compito di condurre a Costantinopoli la figlia del Duca, promessa sposa a un nobile bizantino. Teofanès, tuttavia, non è un diplomatico: è un poeta mediocre, disperatamente innamorato del giovane Costantino Psello (il futuro Michele), e quando la testa della futura sposa viene ritrovata nella rete di un pescatore, si ritrova al centro di una lotta per il potere.
I Bizantini si oppongono ai Normanni e agli Arabi, i Longobardi al Papa, le famiglie napoletane in ascesa tramano per rovesciare il Duca. Per di più, le donne della città si dividono in Sangennare e Virgiliane, le une seguaci di San Gennaro, le altre di Virgilio — non un santo, ma il poeta dell’Eneide.
Al di sopra e al centro di lotte politiche e religiose sta Morfisa, secondogenita del duca, una bambina scura e storpia venerata come la Madonna Nera.

Morfisa o l’acqua che dorme presenta, già dalle prime pagine, una sorprendente commistione fra realismo e magia. Le Virgiliane sono custodi di una conoscenza atavica, legata all’acqua, alle città, alle Storie. Scopriamo così che la sopravvivenza delle città (Napoli, ma anche Roma e Costantinopoli) dipende da Uova miracolose, capaci di scatenare Apocalissi e di raccontare storie meravigliose (oculata, da questo punto di vista, la scelta dell’autrice di raccontare dettagli tratti da grandi classici come visioni, idee primitive da mettere sulla carta). Teofanès, incapace di produrre il capolavoro che sogna, vede nell’Uovo la sua possibilità. I suoi tentativi di rubare l’artefatto, custodito da Morfisa, lo portano a viaggiare, attraverso il tempo e lo spazio.

L’infinito inseguimento porta Morfisa e Teofanès a visitare il Giappone di epoca Heian, e una certa dama di corte trova l’ispirazione per raccontare la storia del Principe Genji, la Troyes medievale, e un certo uomo compone una serie di romanzi su re Artù e i cavalieri della Tavola rotonda; ma, alla fine, Teofanès e Morfisa tornano a Napoli, colta in diverse epoche: nel 1370, durante il Seicento, negli ultimi anni del Novecento.

La città partenopea è la grande protagonista. Napoli assomiglia a un fuoco d’artificio, è caotica, variopinta, a volte viene attraversata di corsa e lascia impressioni rapidissime, una strada ripida, un viottolo assolato, altre volte viene descritta minuziosamente, e il lettore si immerge, incantato, in mosaici esotici, palazzi lussuosi. Il passato emerge dalle villae romane trasformate in orti e abitazioni, dalle vecchie torri, eppure la città pare sospesa nel tempo: se i notabili parlano in latino o in greco, il popolino parla napoletano, ma entrambi utilizzano un linguaggio fresco, contemporaneo. Non si ha l’impressione di trovarsi nell’undicesimo secolo.

Come già in Lisario, i brani di un’opera intervallano i capitoli dedicati alla narrazione. In questo caso, l’opera si intitola Istruzioni di Lettura per le Diaconesse e le Apostole di San Virgilio dalla Biblioteca del Ducato di Napoli, redatte da Morfisa Ducissa a dispetto de li monaci caconi Longobardi, che leggono solo le Storie di Santi. I brani aprono uno squarcio sulla personalità di Morfisa, e sono caratterizzati da uno stile atipico, da un uso bizzarro delle lettere maiuscole.

La realtà della Napoli medievale è arricchita da elementi fantastici. Teofanès sfiora l’acqua di una fontana e si tramuta in donna; entra in una bottega e scopre creature rimpicciolite e chiuse in bottiglie. Di notte le monache volano come uccelli, le isole si spostano nel mare, le mosche sono d’argento. Se da un lato Morfisa non può essere definito un semplice romanzo storico, dall’altro l’elemento fantastico è introdotto con troppa naturalezza, si allaccia troppo strettamente alla narrazione per suscitare scandalo. Il lettore sa che non esistono monache volanti, eppure se ne rende conto dopo, riflettendo. Durante la lettura sembra assolutamente plausibile.

Morfisa o l’acqua che dorme conferma la fantasia e l’abilità di Antonella Cilento. L’autrice ha saputo unire realtà storica e immaginazione, ha raccontato con passione la sua Napoli, ha creato un universo magico, divertente, ammaliante. Un libro consigliatissimo, da leggere sotto l’ombrellone per lasciarsi suggestionare dal suono della risacca.

Sonia Aggio

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